Giorno 6°
26/10/2003 - Pipistrelli. Lavorazione artigianale del legno. Massaggio
Ayurveda. Visita casa locale. Tramonto in spiaggia. Spettacolo di
danze tradizionali
Abbiamo appuntamento con Gian e Upal in spiaggia per
andare a vedere i pipistrelli. Trovare i Beach Boys è un gioco
da ragazzi, anzi, sono loro che trovano sempre noi. Mi viene in mente
che se anche volessimo cercare di staccare un po’ e andare per conto
nostro, sarebbe ormai cosa impossibile. Gli abbiamo dato confidenza e
adesso sono i nostri accompagnatori personali. Agli altri del
gruppo non è successo, non a tutti per lo meno. Loro sono stati più
per conto proprio e nell’hotel, mentre io e Ste non riusciamo a stare
fermi un attimo. Non siamo neanche abbronzati e non abbiamo ancora
preso un po’ di sole. Ma tanto ci aspettano le Maldive, meglio
approfondire la conoscenza di questo popolo singalese adesso che ne
abbiamo l’opportunità!
Passiamo dal retro del Dickwella fino ad arrivare alla
strada principale dove Gian e Upal contrattano con un tuk-tuk.
Il conducente è un po’ buffo con uno strano modo di parlare nasale e
un po’ sdentato, ma sembra una persona tranquillissima. Saliamo
stavolta solo noi con Gian, perché c’è pericolo di controlli in paese
e in quattro ci farebbero sicuramente la multa! Prendiamo una strada
secondaria e infine un vero e proprio viottolo sterrato, fangoso,
pieno zeppo di buche profonde. Il tuk-tuk si improvvisa una vera e
propria jeep!
Ci fermiamo sulla soglia della fitta foresta, vicino ad
una casa rurale, poco meglio di una baracca. Un bambino esce dalla
porta e ci guarda incuriosito, timido. Gian fa cenno di osservare
sulla cima degli alberi, che sono alti almeno una ventina di metri,
dove si notano decine di pipistrelli dormienti a testa giù appesi ai
rami. Rimaniamo a bocca aperta, ma il bello deve ancora venire. Arriva
anche il conducente, parla un po’ con Gian e lui ci dice che adesso
vanno a scoppiare qualche sorta di petardo per farli volare. I loro
visi si illuminano come quelli di due bambini pronti a fare la
marachella, ma io e Ste non siamo d’accordo nel far scoppiare quei
cosi, nel rispetto di quei poveri animali sonnecchianti. In realtà, ci
spiegano, non sono botti pericolosi e non fanno neanche rumore. Sono
innocui fumogeni che li svegliano per qualche minuto e poi torna tutto
come prima. Si lanciano nella loro impresa e scompaiono dietro gli
alberi della foresta. Io e Ste, attoniti e incuriositi, sorridiamo nel
frattempo a quel bambino che continua a uscire per pochi secondi dalla
porta della sua modesta casa. Sentiamo un brusio in lontananza e
vediamo il fumo, mentre in contemporanea centinaia di pipistrelli
enormi cominciano a volare e strillare sopra le nostre teste girando
in tondo! Rimaniamo a bocca aperta, ce ne sono una quantità
incalcolabile, molto più di quelli che si vedevano a occhio nudo! Per
fortuna volano là ad alta quota e non si avvicinano. Riprendo tutto
con la mia videocamera che ancora una volta si rivela un binocolo
utilissimo grazie al suo potente zoom. Dopo qualche minuto,
lentamente, ad uno ad uno i pipistrelli si riposano sugli alberi a
riprendere il sonno spezzato. Per noi è stata una grande emozione!
Prima di andar via vediamo uscir fuori dalla casetta anche la mamma e
un’altra figlia. Le chiediamo se possiamo scattarle una foto ma fa un
cenno negativo timidamente con testa. E’ la prima volta che ci accade,
ma rispettiamo ovviamente la sua volontà.
Il conducente fa una divertente inversione tra il prato e
il piccolissimo viottolo, dopodiché risaliamo sorbendoci nuovamente le
voragini del terreno. Ripassiamo di fronte al Dickwella e Gian ci
chiede se vogliamo andare a vedere una casa dove lavorano
artigianalmente le statuette in legno. Ma sì perché no, ormai ci
siamo! Raccogliamo anche Upal visto che andiamo dalla parte opposta al
centro del paese e i controlli non ci sono. Dopo pochi minuti
arriviamo di fronte ad un'altra tipica abitazione locale. Questa è
assai più accogliente di quella vista prima, ma sempre molto modesta.
Entriamo nel salone dove salutiamo un bambino. C’è un televisore e
l’arredamento non è male. Dietro si trova il laboratorio, chiamiamolo
così, del proprietario che adesso è fuori. Mi sorprende come qua
siano tutti una famiglia, si entra così facilmente nelle case
altrui senza mettersi alcun tipo di problema. Io e Ste in realtà ce ne
mettiamo eccome, siamo un po’ imbarazzati e ci sentiamo dei perfetti
estranei. Usciamo in cortile e arriva la signora di casa. Ci saluta,
parla un po’ con i ragazzi (noi non capiamo una parola) e ci lascia.
Appare evidente che l’artigiano in questo momento è fuori e così Gian
e Upal pensano loro a mostrarci come funzionano gli attrezzi del
mestiere! Prendono tanto di martello e scalpello, fatti rigorosamente
in legno in maniera del tutto semplice e primitiva, e mimano il gesto
dello scolpire il legno ancora grezzo, prime che diventi una piccola
opera d’arte. Ci sono alcuni modelli non ancora terminati che fanno
capire i vari passaggi della lavorazione. E’ incredibile, è tutto
fatto a mano, statuetta per statuetta! Non ce ne sarà mai una
uguale perché non esistono strumenti meccanici e industriali: qua si
parla di lavoro artigianale puro al cento per cento!
Dopo la dimostrazione entriamo in una stanza per
l’esposizione del prodotto finale. Abbiamo capito ormai che da tutte
le parti funziona allo stesso modo. I lavori sono quasi tutti
artigianali, che si tratti di souvenir, di gemme preziose, di legno,
di abiti e così via; il concetto di fabbrica e produzione di massa non
esiste, si lavora nella propria abitazione che allo stesso tempo è
divisa in laboratorio e sala per l’esposizione e la vendita finale.
Rimaniamo un bel po’ ad ammirare questi oggetti in legno e iniziamo le
contrattazioni su alcune cose da cui siamo più attratti. Alla fine
troviamo un accordo per una statuetta di un pescatore di Galle,
appeso al suo trampolo con tanto di lenza: un ricordo carino e
particolare. Lo paghiamo 950 rupie, non sapendo in realtà se sia o
meno un prezzo davvero buono visto che sono i primi che vediamo. Aveva
ragione Gianfranco però, devo ammetterlo, quando aveva detto a
Colombo, in quel negozio di souvenir, di dare uno sguardo veloce a
tutti i prezzi almeno per rendersi conto del valore delle cose.
Salutiamo e torniamo al tuk-tuk. Chiediamo di lasciarci
in paese all’Internet Point di ieri, dal quale con 80 rupie,
che sono esattamente 80 centesimi di euro, mandiamo una email a casa,
senz’altro più economica di una telefonata! Rientriamo poi al
Dickwella passando per la spiaggia: una piacevole passeggiata
fatta in compagnia, tanto per cambiare, dei soliti bambini che sono
ovunque! Sostiamo nella piazza dove si svolge il mercato, oggi
deserta. C’è solo qualche mucca sdraiata che si riposa. C’è molto sole
e caldo, per fortuna smorzato dal costante vento. Barattiamo
qualche penna e caramella in cambio di qualche bel primo piano, e
il trucco di mostrare subito la foto digitale ai bambini per stupirli
funziona sempre.
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Per le strade del Dickwella in tuk-tuk |
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Stefania insieme a Nilani |
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La spiaggia del Dickwella |
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Arrivati in hotel troviamo i nostri compagni in
spiaggia intenti nelle contrattazioni con i venditori
ambulanti: parei, asciugamani, batik, magliette, un po’ di tutto.
Stefania si lancia immediatamente per acquistare qualche pareo mentre
io riprendo con la videocamera. Poi vedo una maglietta carinissima,
con davanti il disegno di un elefante visto frontalmente e sul retro
il disegno del suo posteriore. La spuntiamo al prezzo di 850 rupie
(8,5 euro) insieme a due splendidi parei colorati: non male!
Torniamo in stanza che si è già fatta ora di pranzo. Di
pomeriggio optiamo per un massaggio Ayurveda, stavolta uno
serio e non di prova come l’altro giorno. Stefania sceglie lo
Shirodara, un trattamento alla testa con olio caldo, ed io uno
classico alla schiena. Durano entrambi più o meno un’ora. Ne usciamo
completamente rilassati, ne è valsa la pena!
Poco dopo scendiamo in spiaggia, dove ancora una volta
troviamo Gian e Upal, che chiamano i bambini per mostrarci la loro
danza tradizionale. Si riunisce così il solito gruppetto di
quattro ragazzini, che iniziano un po’ timidamente a ballare e cantare
in gruppo, senza nessun aiuto, e poi incalzano con il nostro
incitamento. Sono divertenti e spontanei, così tanto che Stefania si
fa coinvolgere provando i movimenti insieme a loro!
Terminato lo spettacolino camminiamo insieme a loro
dall’altra parte degli scogli, dove tramonta il sole, verso
l’arco di spiaggia che finora non abbiamo ancora visto. Ci sono molti
pescatori in mare su quelle strane e strette barchette che
assomigliano a catamarani. Qualcuno simpaticamente saluta anche col
braccio al nostro passaggio. La sabbia d’orata, le alte palme e la
fitta vegetazione si susseguono esattamente come in tutta la costa
vista fin’ora. Alla fine della spiaggia il paesaggio è stupendo.
Alle nostre spalle si vede il Dickwella mentre di fronte il sole sta
tramontando colorando tutto di giallo e rosso fuoco. Siamo attrezzati
di cavalletto e lo piazziamo per fare qualche indimenticabile foto. Ne
faccio una a due bambini sulla nostra destra, seduti vicino ad un
edificio diroccato senza tetto. Uno abbandonato come tanti altri
penso, ma Gian e Upal mi dicono che in realtà quella è la scuola!
Il sole scende rapidamente non deludendo le nostre aspettative
fotografiche e regalandoci un tramonto memorabile sull’oceano, alle
18:00 in punto.
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I pescatori salutano al nostro passaggio |
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Nilani sorride giocando con noi |
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Inizia lo spettacolare tramonto |
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Alle nostre spalle abbiamo il Dickwella |
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Il sole scende rapidamente... |
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...regalando magnifiche sfumature... |
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...fino ad affievolirsi all'orizzonte! |
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Due ragazzi ci guardano incuriositi dall'alto della spiaggia |
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Mentre torniamo indietro al calar della luce, Nilani
ci invita teneramente a vedere casa sua. Siamo del tutto spiazzati
e un po’ titubanti, ma lei insiste prendendomi per mano e noi
accettiamo. Del resto, un’occasione così non capita tutti i giorni.
Attraversiamo il prato sul retro della spiaggia e finiamo sulla strada
principale, che seguiamo per un breve tratto. Attraversiamo anche
questa e ci ritroviamo in un piccolo e povero quartiere di case
e baracche. Non c’è strada né luci, solo terra e fango. Abbiamo
qualche difficoltà persino a salire all’ingresso in pendenza perché si
scivola molto. La casa che visitiamo è quella di uno dei bambini: è in
muratura ma è quasi un rudere. Gian ci spiega che le famiglie più
povere, come questa, non hanno neanche la corrente e la luce elettrica.
Scorgiamo infatti delle candele dalle aperture del muro dove in realtà
dovrebbero esserci delle finestre, e alcune persone sul fondo che si
lavano con un secchio. I più fortunati invece hanno persino il
televisore, e lo condividono riunendosi in gruppo per vederlo. Come da
noi per il rito delle partite di calcio. Siamo attenti e silenziosi,
immersi in questa che per noi rappresenta la prima vera esperienza di
povertà. Non mi sfiora nemmeno il pensiero di riprendere o fare
qualche foto a queste persone, non è proprio il caso. Mi chiede Nilani,
mentre mi guida prendendomi teneramente per mano, cosa ne penso di
tutto ciò ed io, imbarazzato più che mai, rispondo cercando di essere
normale con un “carino qua”. Pessima uscita, ma del resto cosa si può
dire in questi casi? Mi risponde sbigottita in italiano: “Carino?
Questo è carino?!”. Non dimenticherò mai la sua espressione mentre me
lo diceva, così sorpresa e allo stesso provocatoria.
Ci spostiamo un po’ più su nella sua casa. Qui c’è la
corrente elettrica, ma le condizioni sono comunque pessime. Ci sediamo
un po’ sulla veranda osservando tutto intorno. Dopo qualche minuto
arriva la mamma e altri bambini: sono i fratelli e le sorelle, ben
sette in tutto! Ci fanno accomodare dentro, in una stanza di modeste
dimensioni, con un letto tutto rotto e un nuvolo di zanzare ovunque.
Sulle pareti ci sono delle foto appese, che loro ci mostrano
tutti orgogliosi! Sono quelle fatte dai turisti o per qualche raro e
grandioso evento. La mamma torna con in mano un paio di piccoli limoni
e ce li offre insieme a delle conchiglie, affermando qualcosa. Gian fa
da traduttore spiegando che ha detto che portano fortuna. Non
chiede nulla in cambio, né soldi né altro. Dice solo se le possiamo
mandare le foto dandoci l’indirizzo. Credo di non esser mai stato
così commosso in tutta la mia vita e le prometto di farlo sicuramente.
Intanto si fa buio ed è ora di tornare in hotel. Lasciamo i bambini e
ci facciamo accompagnare da Gian e Upal, che ci aiutano nella nostra
goffa discesa tra fango ed erba scivolosa. Avessimo portato almeno una
pila!
Torniamo al Dickwella scossi e provati, con tanti
pensieri per la testa. Per rilassarci un po’ facciamo una nuotata
nella calda piscina illuminata, insieme a Franca, raccontandole
la nostra toccante esperienza. Lei ne ha fatte tante e molto peggio
in Africa.
Dopo cena il gruppo si riunisce come di consueto nella
terrazza all’aperto per lo spettacolo. Oggi fanno da protagonisti un
signore in costume, un suonatore di tamburi e due ragazze, che
propongono alternati alcune danze tradizionali. La musica,
ritmica e ripetitiva fino all’ossessione, è costituita solo dal rumore
del tamburo e da quello del signore che provoca ballando durante i
suoi movimenti, avendo legato su ogni articolazione una sorta di
campanellio. E’ incredibile con quanta precisione debba calcolare ogni
suo minimo movimento per ritmare a tempo il campanellio con il
tamburo. E lo stesso vale anche per le ragazze, che si alternano in
alcune danze. Ad ogni ballo successivo a quello delle ragazze il
signore rientra mascherato da capo a piedi sempre in modo diverso. Si
propone alla fine con un costume molto inquietante, avvicinandosi a
noi con una macabra maschera e illuminandola con delle torce che ruota
abilmente con le braccia! Per fortuna il tutto assume un aspetto
divertente ed esilarante tra il gruppo quando il personaggio si ferma
più volte sussurrando con una voce da vecchietta: “OHI!OHI!”, ma
quella maschera terrificante proprio non la vorrei sognare stanotte!
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