GIORNO 10
Scendiamo per la colazione nel cortile dell’hotel (60 pesos a testa).
Anche questa è ottima come la cena di ieri. Passeggiamo per la piazza
centrale adibita a parco, molto curato e con un bel verde. Vi sono,
oltre le comuni panchine, dei buffi ma geniali sgabelli per due nei
quali è possibile sedersi insieme guardandosi negli occhi frontalmente.

Entriamo per una breve visita alla Cattedrale, adornata vivacemente per
qualche festa. Notiamo dal traffico l’uso ancora frequente qui in
Messico dei Maggiolini vecchio stile: una gran bella vettura ormai
considerata d’epoca per noi italiani!
Acquistiamo ancora qualche
souvenir e pensiamo ai regali vari da portare in Italia a parenti e
amici: questi saranno gli ultimi che compriamo, poiché nei prossimi
giorni nella Riviera Maya diamo per scontato che i prezzi schizzeranno
alle stelle per oggetti identici a questi.
Infine lasciamo Valladolid e ci dirigiamo verso Cobà, una delle
più estese città maya dello Yucatan. Si trova a metà strada tra
Valladolid e Tulum (50 Km circa da entrambe) ed è considerato il sito
meno frequentato dei più battuti Chichen Itza e Tulum.
Cobá fu fondata nel 623 e prosperò per circa quindici secoli, fino al
tardo periodo post-classico. Venne riscoperta nel 1891, grazie agli
scavi dell’austriaco Maler, studiata in seguito nel 1930 e quindi quasi
dimenticata sino al 1973, quando si ricominciò a scavare. Oggi i resti
messi alla luce e visitabili costituiscono solo il 5% dell'intera
superficie, che ammonta a ben 50 kmq. Data la sua grandezza, il sito
rimane assai più dispersivo degli altri e all’interno sono attrezzati
per il noleggio di bici o l’utilizzo di bici taxi. L’architettura
riscontrata non è ancora del tutto chiara: le sue piramidi e le 32 stele
scolpite, anche se molto rovinate, ricordano lo stile di Tikal che si
trova però a molte centinaia di km, piuttosto che quello dei vicini
Chichen Itza e Tulum. Secondo alcuni archeologici, riporta la Lonely,
questo è forse dovuto all’alleanza che Cobà dovette stipulare proprio
con Tikal, fatta attraverso matrimoni.
Le rovine sono disseminate intorno a cinque laghetti e comprendono i
resti di una rete stradale, le sacbés, ossia i viali lastricati di
pietra, che collegavano il quartiere centrale della città alle zone
periferiche. La strada più lunga rinvenuta fino a oggi conduce per un
centinaio di chilometri fino a Yaxuná.
Parcheggiamo in una piazza sterrata non custodita, sulla sponda di uno
dei tanti laghetti che si trovano in questa zona. Incontriamo una coppia
di signori che era presente due giorni fa al Macanchè di Izamal. Li
salutiamo sorridendo per la coincidenza e loro ricambiano, suggerendo
tra l’altro di lasciare l’auto col cofano rivolto pochi centimetri da un
tronco di un albero, in modo che non sia possibile aprirlo. In effetti,
lasciando tutte le valigie in vista, il parcheggio incustodito non dà
una grande garanzia. Seguiamo così volentieri il loro esempio ed
entriamo nel sito.
L’ingresso viene 60 pesos a testa. Pochi passi caratterizzano i
principali aspetti di questa area archeologica, ancora una volta
differente da tutte le altre. Qui a Cobà i reperti sono molto rovinati,
talvolta appena un cumulo di pietre, sparsi e a grandi distanze l’uno
dall’altro, immersi in una jungla con alberi ad alto fusto che regalano
molta ombra e panorami stretti. Ricorda per lo più le ambientazioni
delle avventure di Indiana Jones. Come prima cosa sulla destra vediamo
il Templo de las Iglesias, una enorme piramide sulla quale è vietato
salire.

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Poco più avanti c’è un’area attrezzata per il noleggio di
biciclette, che a noi per il momento non interessa. Preferiamo camminare
nella jungla e percorriamo un bel tratto a piedi, raggiungendo il Grupo
Macanxoc che si trova proseguendo diritto al bivio dopo il juego de la
pelota. I sentieri sono larghi e ben segnati, nonché quasi per intero
all’ombra grazie agli alberi tutto intorno. A tratti si dividono in due
percorsi (uno per le bici e uno per chi cammina), pur conducendo allo
stessa destinazione. Le distanze comunque sono in effetti maggiori di
quel che pensavamo e la bici comporta un notevole risparmio di tempo.
Seguendo le indicazioni arriviamo al Nohoch Mul, il “grande tumulo”,
detta anche Grande Piramide, che coi suoi 42 m è la più alta
struttura maya della penisola. Gli scalini sono tutti rovinati e bisogna
stare attenti nella scalata, ma si possono utilizzare in ausilio le
corde, soprattutto nella discesa che è più impegnativa. Da sopra si deve
dominare il sito con una visione stupenda, ma raggiungere la vetta
richiede calma e concentrazione e lasciamo questa impresa ai turisti con
più tempo a disposizione, accontentandoci di applaudire in gruppo i
coraggiosi più audaci.
Torniamo velocemente al parcheggio, un po’ preoccupati per l’auto e a
dirla tutta soprattutto per i regali acquistati, non tanto per il valore
ma per il fatto che sono caratteristici e unici di diverse zone del
Messico e non avremo più la possibilità di ritrovarli sulla costa. Per
fortuna è tutto in ordine e riprendiamo il viaggio sollevati. La strada
tra Cobà e Tulum è disseminata di lavori in corso e in fase di
ampliamento, che denota un certo interesse turistico in crescita.
Presto, questo sito che tutti citano come il meno battuto avrà la sua
rivincita, e purtroppo non sarà visitabile con quell’aria di fascino
misterioso. Già oggi c’era parecchio fermento e abbiamo incontrato molti
più turisti che a Uxmal e di qualsiasi altro sito della Ruta Puuc.
Giungiamo dopo tre quarti d’ora a Tulum Pueblo, la cittadina vera
e propria di circa 7.000 abitanti nella quale si trovano la stazione
degli autobus, la banca, l’agenzia viaggi, gli internet point, i
negozietti, le caffetterie, gli hotel e i ristoranti. Si snoda lungo la
via principale, Avenue Tulum, che percorriamo per intero alla ricerca di
alloggio. Il mare si trova a circa sette chilometri dal centro,
nell’area chiamata Zona Hotelera (proprio come a Cancun) dove invece
sorgono gli hotel più richiesti. Qui si trovano anche numerose cabanas,
che sono bungalows di varie tipologie: da quelle piuttosto spartane,
spesso fatte solo in legno, con tetto di paglia e pavimento in cemento o
sabbia, a quelle di lusso, eleganti e dotate di tutti i confort. I
prezzi sono i più disparati e ovviamente proporzionati all’offerta: ve
ne sono da 20 dollari a notte per le più basilari, fino ai 70 dollari
per quelle più comuni, e oltre i 100 dollari per le migliori. Errique a
Mèrida suggeriva proprio una cabana per risparmiare, sfruttando l’amaca
per dormire all’aperto. Quelle economiche comunque sono poche e vanno
anche a ruba, per cui è quasi obbligatorio prenotarle per tempo. Noi
cerchiamo un ‘tradizionale’ alloggio e restiamo nel circondario di Tulum
Pueblo, dove è più facile trovarlo a buon mercato essendo distanti dal
mare.
Sempre su consiglio della Lonely, cerchiamo l’hotel e ristorante “El
Crucero”, che troviamo quasi subito. Appare come una piccola oasi,
un po’ in stile Macanchè di Izamal. Le camere sono ad un solo piano, sul
retro del ristorante in un’area verde, e sono presenti anche le
immancabili amache (sempre però in cotone e non in yuta!). In definitiva
la struttura in sé stessa è tanto personalizzata e caratteristica quanto
trasandata e decadente, nonostante il posto dove sorge è suggestivo e la
posizione eccellente: come per Uxmal, siamo di fronte al sito
archeologico che possiamo visitare comodamente a piedi. Le camere
disponibili sono di due tipi e ovviamente di due prezzi. Le vediamo
entrambe, e scegliamo la più cara per 600 pesos a notte. E’ spaziosa ed
incredibilmente particolare, dipinta in stile prettamente fumettistico.
Sembra di entrare in un cartoon!

Il resto però lascia a desiderare,
poiché è presente una forte umidità sui muri ed è pieno di zanzare. Il
bagno inoltre, è essenziale e spartano.
Lasciamo le valigie e camminiamo nei dintorni, raggiungendo l’ingresso
alle rovine del sito, che sta chiudendo i battenti alle 18:00. Curioso
il colorato trenino che porta i turisti avanti e indietro per il viale
di neanche un chilometro!
Torniamo indietro e chiediamo informazioni per trovare una sede della
Executive, scoprendo con immenso piacere che ne esiste una proprio a due
passi dal Crucero. Vogliamo infatti tenere l’auto un giorno in più, e
consegnarla qui a Tulum stesso anziché a Playa del Carmen, come
inizialmente preventivato, raggiungendo Akumal dopodomani in taxi.
L’addetto al noleggio afferma che non esiste alcun problema in merito,
basta pagare il giorno in più e ricalcolare il drop-off, di qualche
dollaro appena più alto (essendo Tulum più distante di Akumal da Cancun).
Soddisfatti, restiamo ad El Crucero per cena, che in qualità di
ristorante guadagna notevolmente punti in positivo. Pur non essendoci
nessuno (le zone più frequentate sono ovviamente quelle della Zona
Hotelera), si mangia davvero bene. Prendiamo un abbondante piatto di
quesadillas e fajitas più birra cerveza, spendendo 350 pesos.
Riposiamo le membra con l’intento di prepararci ad una lunga giornata di
visite ma durante la notte, purtroppo, mi sveglio diverse volte per via
dei continui tuoni e della pioggia scrosciante. Sta diluviando, e non
solo fuori, visto che gocciola anche dal soffitto dei rovinati muri
della camera!
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