GIORNO 11
Alle 7:30 siamo in piedi per la colazione. Il tempo è parecchio
migliorato ed è uscito il sole, pur rimanendo il cielo a tratti
nuvoloso. Constatiamo con ilarità che la nostra auto è ‘annegata’ nel
parcheggio sterrato, ridotto ad un piccolo lago dalla pioggia di
stanotte. Sarà un problema arrivare allo sportello per entrare!
Dovendo stare qui un’altra notte, mi avvicino a chiedere per curiosità
all’hotel Andrea’s Tulum, proprio di fronte al Crucero, quanto
venga una camera. Essendo ancora in costruzione, propongono un prezzo
promozionale di 400 pesos per una stanza al piano terra, nuova fiammante
e senza umidità. Accettiamo senza pensarci due volte. I 200 pesos
risparmiati sono esattamente la cifra che occorre per raggiungere in
taxi Akumal, e la camera è molto più adeguata ai nostri standard europei
e confortevole, anche se non fumettistica e messicana come quella del
Crucero.
Alle 9:30 fa già parecchio caldo ed iniziamo la visita di Tulum,
uno dei siti archeologici più fotografati del mondo. Il motivo è
semplice: si tratta dell’unico sito Maya costruito sul mare, in un
promontorio erboso a picco sul Mar dei Carabi. E questo lo rende unico
nel suo genere e a sé stante. Adesso, dopo aver visitato la maggior
parte dei siti dello Yucatan e Quintana Roo, possiamo effettivamente
affermare che ognuno presenta peculiarità e caratteristiche differenti
dagli altri. E questa è una nota estremamente positiva, perché ne rende
più stimolante ogni volta la visita!
L’ingresso costa 45 pesos a persona e si visita in senso orario,
percorrendo un sentiero in salita sulla collinetta che porta di fronte
alle mura. Tulum significa per l’appunto “fortezza”, poiché è circondato
su tre lati da una muraglia difensiva che misura circa 6 metri di
spessore e dai 3 ai 5 metri di altezza.

Fra il 1100 e la conquista spagnola la città fu un fiorente nodo
commerciale, probabilmente retto da una classe di ricchi mercanti. Non
sono presenti piramidi, ma solo templi. E tutti recintati, non si
può entrare o salire in nessuno, neppure nell’edificio più importante,
il celebre El Castillo, la torre di guardia in calcare alabastrino
affacciata sul mare. Gli abitanti veneravano il Dio Discendente, la cui
effige è ancora visibile sulla porta del tempio omonimo. Le costruzioni
ospitate all’interno delle mura erano adibite alla classe dirigente.
Delle loro case restano piattaforme, ossia le fondamenta delle
costruzioni in legno e paglia andate distrutte.

Il sito archeologico è grazioso, armonioso e rilassante da visitare il
mattino presto, ma non molto grande. Totalmente l’opposto di Cobà, è
raccolto e si estende su ampi panorami sul mare e sulla collina a prato
verde. Qui è impossibile ripararsi dal sole che picchia!

Una volta
superate le mura non c’è un ordine preciso per la visita, si può
camminare pressoché ovunque scegliendo di stare all’interno del pianoro
o sul lato mare, assai più suggestivo. Camminiamo senza meta osservando
il Templo de Las Pinturas, a due piani, probabilmente l’ultima
costruzione maya edificata prima dell’arrivo degli Spagnoli. Ormai gli
affreschi colorati al suo interno sono disfatti ma rimangono belle le
maschere e le stele che lo decorano. Si susseguono poi il Templo del
Dios Discendente e El Palacio, che riportano entrambi immagini della
divinità (probabilmente il dio ape). Nel Templo de la Estela, “tempio
delle stele”, fu rinvenuta la stele (oggi al British Museum di Londra)
con sopra impressa la più antica data maya scritta conosciuta (564 D.C.),
mentre il Templo del Dios del Viento è invece il miglior punto per
fotografare l’incredibile paesaggio sulle rovine e il mare sotto.

E’ qui
che Tulum fa la differenza rispetto ai concorrenti, poiché la vista dei
colori caraibici è stupefacente e regala panorami indimenticabili.
Una scala in legno scende verso la spiaggia, dove per fortuna, visto
l’orario mattutino, ancora non c’è nessuno. Il mare è bello ma un po’
mosso.

Nel giro di dieci minuti arrivano turisti a frotte, così
risaliamo e prendiamo un altro sentiero. Sostiamo ad osservare un iguana
e un curiosissimo minuscolo granchietto indaffarato a scavare la sua
tana, tra l’altro parecchio lontana dalla spiaggia.

Sbuchiamo poi verso
il balcone che dà sul punto più fotografato di tutto il sito. Qui vi
sono ancora pochissime persone, e uno stupendo iguana appostato sulla
roccia rende ancora più da cartolina uno scatto già di per sé
enormemente suggestivo.


Proseguiamo dalla parte opposta, scorgendo sullo sfondo dietro le palme
la splendida spiaggia El Paraiso: altra eccellente visuale da cartolina.
Infine, quando ormai il sito stracolma di gente, usciamo soddisfatti e
contenti di questo che di fatto è l’ultimo sito archeologico che
visiteremo in questa vacanza.

Dovendo fare una classifica, è impossibile
scegliere quale tra quelli visti sia il migliore, proprio data la loro
diversità. Personalmente, confermo che per i miei gusti Uxmal è stato
quello che più mi ha attratto e trasmesso emozioni.
Cambiamo alloggio, trasportando semplicemente le valigie a piedi dal
Crucero all’Andrea’s Tulum hotel. Ci rinfreschiamo con una doccia, e
leggiamo sulla porta la curiosa traduzione in italiano delle regole da
seguire (scritte anche in inglese, tedesco, francese e spagnolo). E’
pessima, direi che non è neanche accomunabile all’italiano perché al 90%
incomprensibile, se non leggendo le parole originali in inglese… Di
sicuro fa veramente sorridere!
A mezzogiorno recupero l’auto dalla pozza d’acqua, per niente asciutta
nonostante il micidiale caldo di oggi e il sole splendente. Appena a
lato dell’hotel, imbocchiamo la 307, la trafficata highway principale
che percorre rettilinea tutta la Riviera Maya fino a Cancun. Finalmente
una strada decente e senza buche che non sia a pagamento. I topes però
ci sono lo stesso, anche se molto meno marcati e assai più visibili. Si
incrociano parecchi pulman turistici e minivan che fanno da taxi
collettivi o privati.
Dopo una mezz’oretta raggiungiamo il bivio per Aktun Chen. Una
strada sterrata con parecchie buche porta dopo qualche chilometro alla
sede di questa riserva naturale. Abbiamo letto vari racconti che ne
consigliano vivamente la visita, essendo poco frequentata e meno
conosciuta dei più grandi parchi acquatici di Xel-ha e Xcaret.
Parcheggiamo l’auto in un piccolo spiazzo alberato, che fa intuire di
per sé la poca presenza di visitatori: siamo nel bel mezzo della jungla!
Scendiamo dei gradini e raggiungiamo il ricevimento. L’ingresso è
piuttosto caro e viene 22 euro a persona. Attendiamo una decina di
minuti l’arrivo della guida del nostro gruppo, composto quasi
interamente da messicani stessi in vacanza. Arriva un signore del tutto
simile ad un ranger americano, che dopo una breve presentazione inizia
la visita portandoci ad osservare vari serpenti in gabbia e un
trighillo, felino molto simile al gatto. Spiega quasi tutto in spagnolo,
essendo la maggior parte dei turisti di lingua nativa. Bene o male si
comprende quasi tutto, a parte i nomi tecnici. Mostra i serpenti più
velenosi, che sono quelli piccoli, e ne prende in braccio un altro più
grosso che ovviamente non lo è, permettendo di accarezzarlo.

Torniamo al ricevimento dove riceviamo un casco bianco di protezione, e
veniamo condotti alle grotte.

Il percorso da fare è abbastanza
lungo. Le concrezioni di stalattiti sono magnifiche, le migliori viste
finora.


Le sale sono meno estese di Lol-tun ma altrettanto spettacolari
e rese suggestive da un accurato gioco di luci. In nessuna delle grotte
viste in Messico esiste alcun divieto di fotografare o riprendere, ma la
poca luce rende spesso quasi impossibile scattare senza cavalletto. Qui
ad Aktun Chen esistono per fortuna un paio di punti appositamente
illuminati per immortalare la classica foto ricordo.
Le sale si susseguono tra lo stupore generale, e inoltre le grotte sono
più di una: è un vero e proprio complesso carsico di decine di
chilometri, visitabile turisticamente solo per una piccola parte. Si
esce in superficie e si rientra sottoterra diverse volte.

Un imprevisto
che mi lascia assai contrariato è l’inceppamento della cassetta DV nella
mia videocamera. E’ già la seconda volta in questo viaggio ma qui, al
buio e di corsa, è impossibile capirne il problema. La guida infierisce
suggerendo di tenere lo spazio per le riprese finali al cenote, che è
fantastico. Non avendo alternative, sfodero il mio cellulare Nokia 6233
ed inizio a riprendere con questo. Non sarà proprio la stessa cosa, ma
almeno con un un gb di Micro SD ho a disposizione 30 minuti di riprese
alla massima risoluzione, che non vengono neanche tanto male ad
eccezione dell’audio che è ridicolo. Non sono un fanatico dei cellulari
iper tecnologici, ma oggi ammetto che mi hanno salvato!
Attraversiamo delle passerelle in legno a pelo dell’acqua in stretti
passaggi, dove la guida chiede di stare attenti a non mettere i piedi
oltre il legno per evitare spiacevoli incontri con i piragna.
Inizialmente pensiamo a una presa in giro, ma poi intuiamo che sta
dicendo sul serio!

Infine arriviamo nel punto più profondo dove si apre
la sala finale con il cenote. E’ un’emozione molto forte: appare
un luogo magico come quelli descritti nelle fiabe. A seconda della
regolazione delle luci, che la guida cambia per realizzare cosa vuol
dire ‘il buio’ senza illuminazione artificiale, l’acqua assume
colorazioni di verde smeraldo intense da lasciare senza fiato. Siamo
sopra una lunga passerella in ferro che lo attraversa per intero.
Purtroppo il problema di queste pedane per un fotografo è che quando uno
del gruppo muove un passo trema tutto, perciò appoggiare la fotocamera
sperando che nessuno cammini in quel momento richiede molte prove a
vuoto e tentativi vani. Qualche bella foto però riesce e così, anche
senza un filmato di qualità, immortaliamo il più bel cenote visto finora
in Messico!


Usciamo estasiati da questa esperienza e proseguiamo il cammino nella
riserva. Vi sono esemplari simili a piccoli cinghiali, che sembrano
aggressivi e fanno un gran baccano, poi numerosi cervi e pappagalli,
anche questi esagitati.



I tucani sono chiusi in una grande gabbia,
mentre le scimmie ragno dentro un largo ed alto recinto.
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Questa è una
delusione perché leggevamo nei racconti che vengono libere a prendere i
turisti per mano. La motivazione, viene spiegato, è perché in questo
periodo le mamme sono incinta e diventano aggressive. La visita guidata
termina qui. Con un po’ di stupore, la guida non chiede ma pretende la
mancia, sostenendo alcune motivazioni per noi in realtà non del tutto
valide. Comunque, è risultato molto professionale e preparato e gli
lasciamo 50 pesos.
Sono le 15:00 e la fame si fa sentire. Sediamo al piccolo chiosco del
posto e consumiamo un cheesburger veloce, tra le urla dei pappagalli e
un cervo sulla strada che osserva incuriosito.
Ne approfittiamo per
avvicinarlo e finalmente riusciamo a toccarlo, cosa che non eravamo
riusciti a fare prima.

Sono abituati ai turisti ma ancora un po’
diffidenti, e in realtà è meglio così. Notiamo un gruppo di ragazzi con
i quad passare per sentieri interni: sono gli stessi che abbiamo visto
anche all’uscita delle grotte. Abbiamo visto il depliant che parla di
questo tour e deve essere divertente, anche se la visita a piedi della
riserva è sicuramente più esaustiva e ‘naturale’.
Rimaniamo ad osservare per mezzora buona le scimmie ragno, che sembrano
dolcissime e incredibilmente curiose, anche se un po’ altezzose. Sono
incredibili con quegli arti così lunghi e quella coda da cui deriva il
loro nome che usano per appendersi dappertutto e per lanciarsi tra gli
alberi, proprio come se fosse un altro arto. Oltretutto, camminano
ricordando davvero i movimenti del ragno… I maschietti stanno seduti e
tirano fuori il braccio dalla rete per dare la mano ai turisti. Appena
vedono qualcosa che si muove cercano di afferrarla, tipo una busta di
plastica, una lattina, persino il mio cellulare! Le mamme invece stanno
sugli alberi con i cuccioletti e studiano la situazione. Quando si
stancano, si arrampicano tra gli alti alberi e iniziano a dondolare e
lanciarsi tra i rami compiendo acrobazie spettacolari! Sono davvero
stupende da vedere.




Appare all’improvviso anche un buffo e singolare
animale, che inizialmente pare un formichiere ma non lo è affatto. Il
suo nome locale è Tejon.
Lasciamo contenti la riserva di Aktun Chen e rientriamo a Tulum,
passando per la Zona Hotelera. Percorriamo un bel viale dove parecchie
persone si cimentano nel jogging, e passiamo numerosi resort, cabane e
ristoranti. Rimangono tutti comunque abbastanza caratteristici, separati
e intimi tra loro, immersi in un bel verde circostante, senza dare senso
di affollamento o cementificazione inopportuna. Poiché non vediamo il
mare, deviamo per una piccola stradina e parcheggiamo la Atos in un
minuscolo spiazzo di sabbia. Pochi metri a piedi e sbuchiamo al tramonto
a Playa el Paraiso, davvero una gran bella spiaggia come dicono!
Rientriamo infine all’Andrea’s Tulum, dove restiamo anche a cena
spendendo appena 250 pesos. Il ristorante del Crucero comunque era
notevolmente superiore per qualità delle pietanze.
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