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GIORNO 5

05/11/2006 - Sito archeologico di Chichen Itza. Grotta di Balankanchè. Light & Sound Show.

La tranquillità del Dolores alba ci spinge a confermare la camera per un'altra notte, subito dopo la colazione. Possiamo così avere il tempo di visitare senza fretta Chichen Itza e le grotte nel pomeriggio e stare un altro giorno in questo splendido posto. Prendiamo l'auto e in un paio di chilometri siamo di fronte al più famoso sito archeologico dello Yucatan. Si paga 10 pesos per il parcheggio (con validità per l’intera giornata, anche se ci si sposta e si rientra successivamente). Altri 100 pesos a testa sono per il biglietto d'ingresso (viene indossato un braccialetto, valido anche per lo spettacolo di luci che si svolge in serata).

Essendo la visita del nostro primo sito archeologico, pensiamo di prendere una guida per avere un’infarinatura della storia e cultura dei Maya più approfondita di quella letta dalle guide cartacee. Non possiamo essere più fortunati, poiché si presenta subito davanti a noi un simpatico signore con un aspetto bonaccione che parla anche italiano, che si presenta col nome di Arturo.  Il costo per un giro di un ora e mezzo all’interno del sito è di 450 pesos (e non sono trattabili perchè vi sono all'ingresso i cartelli che espongono i prezzi ufficiali). Anche la Lonely Planet parla in effetti di un costo di circa 40 dollari. Accettiamo dunque senza pensarci troppo. Arturo esordia con delle congratulazioni per essere venuti così presto (non sono neanche le 8.30), visto che c'è molto meno caldo e pochissimi turisti. Questo permetterà di visitare al meglio il sito. Gli autobus infatti, come letto da altri racconti, arrivano verso le 11.00 del mattino con il grosso dei visitatori, e da quel momento Chichen Itza diventa un carnaio.

Nella sala d’ingresso sono presenti alcuni negozi di souvenir, un market, un utilissimo ATM (l’unico della zona) per il prelevamento di contanti, le toilette. Poco più avanti iniziamo il tour sostando nei pressi del plastico dove è ricostruito il fulcro del sito in miniatura, con una splendida vista del Castillo e dei principali monumenti circostanti. Arturo spiega le basi della storia dei Maya e la costruzione di Chichen Itza.

Per farne un breve riepilogo, la civiltà Maya ha origini antichissime: i primi insediamenti si possono attribuire al 1500 A.C., anche se è nel 300 a.C. che si iniziano a sviluppare le prime grosse città. L'impero era localizzato negli attuali territori del Veracruz, Yucatán, Campeche, Tabasco e Chiapas in Messico, nonché nella maggior parte del Guatemala e in alcune aree del Belize e dell'Honduras. Il periodo classico, compreso tra il 300 ca. e il 900 d.C. , è caratterizzato dalla diffusione in tutti i territori maya di una cultura pressoché uniforme. Le maggiori città maya furono allora Tikal, Copan, Bonampak, Piedras Negras, e Palenque. In questo periodo la civiltà presenta il suo sviluppo più interessante nell’organizzazione culturale, politica, tecnologica, culminando in uno scenario dove ogni città era un piccolo stato che aveva contatti con le medesime solo per scambi commerciali.

Intorno al 900, le città vennero abbandonate,  probabilmente per carestie e cause naturali, anche se non se ne ha la completa certezza. Parte della popolazione si spostò nello Yucatan, e qui ebbe il suo centro la civiltà maya del periodo seguente. Il Nuovo Impero culminò nelle città di Chichen Itza, Uxmal, Mayapan e Labnà. L'apice del popolo Maya fu intorno al 1000 D.C., ma problemi interni e guerre fra le varie città ne provocarono la decadenza.

Una delle caratteristiche più rilevanti e studiate di questo popolo era l'elevato grado di conoscenze tecniche, rappresentate dalla rete idrica, costituita da piccolissimi canali che convogliavano in grandi cisterne adibite alla raccolta dell'acqua per l'uso quotidiano e per l'irrigazione nei campi, e la costruzione di lunghissime strade che collegavano enormi distanze. Ma forse più di tutte sbalordisce dei Maya la conoscenza dell’astronomia, delle stelle e del calendario, qui a Chichen Itza rappresentato egregiamente tramite lo studio dei blocchi del monumento più famoso: la piramide El Castillo.

Proseguiamo pochi metri in un viale alberato, leggendo le incisioni originali in lingua Maya, costituita da un alfabeto di geroglifici. Ancora pochi metri avanti ed ecco spuntare all'improvviso sul prato verde proprio El Castillo, con i suoi 30 metri di altezza! Finalmente! Solenne e spettacolare, è una grande emozione che trasforma il sogno del Messico in una visione reale di fronte ai nostri occhi! E ancora più intensa è l’eccitazione di trovarsi qui da soli senza nessuno intorno!

Arturo parte con le spiegazioni e le foto si sprecano in tutte le pose. Ma lui consiglia di aspettare perché siamo sul lato ovest in ombra e le foto migliori si ottengono nell’altra facciata della piramide, illuminata dai caldi raggi del sole che oggi risplende senza una sola nuvola nel cielo azzurro. Costeggiamo la piramide mentre apprendiamo le nozioni storiche. Essa è una vera e propria rappresentazione del calendario Maya, con 9 piani e 52 riquadri, e quattro gradinate da 365 scalini totali. Osserviamo la facciata dalla quale, durante l’equinozio primaverile del 21 marzo e quello autunnale del 21 settembre, due volte l'anno, la luce solare visualizza magicamente sulla gradinata con un gioco di ombre la forma di un serpente, creata ad onore del dio del Serpente Piumato. Migliaia di persone si riuniscono quei giorni per vedere l'evento, mostrato in numerose cartoline. Non si può purtroppo più salire sulla scalinata da ormai più di un anno, poiché un’americana si fece male e, in ogni caso, la piramide non fu costruita per sostenere il peso di migliaia di turisti che ogni giorno la visitano. Notiamo inoltre la differenza sostanziale tra le due facciate restaurate e riportate allo splendore di un tempo, rispetto alle altre due originarie molto più rovinate.


Inizia a vedersi un po’ di gente ed è ancora meglio, dal punto di vista fotografico, di quando non c’è nessuno perchè, come da manuale, per immortalare la grandezza di un monumento è necessario che vi sia un soggetto di riferimento nella foto, per attribuire maggiore imponenza all’opera stessa.

Passiamo a visitare il gruppo delle mille colonne

e attraversiamo il verde prato dalla parte opposta verso il campo del Juego de Pelota, il più grande mai costruito. Misura ben 170 metri di lunghezza e 50 di larghezza, con muri laterali alti fino a 8 metri.

In realtà veniva usato poche volte per il gioco, tra l'altro estremamente difficile, mentre più spesso era sede di spettacoli teatrali, avendo un'acustica strepitosa. Arturo batte le mani per farne un esempio, ed è letteralmente da rimanere a bocca aperta! Il gioco di allora consisteva in un pallone di caucciù, dal contenuto peso di ‘appena’ due chili (ma era una pietra o un pallone da calcio?), che si faceva rimbalzare in terra e tra le pareti del campo con lo scopo di imbucarlo, come nel basket, in un apposito canestro laterale. Si potevano usare i gomiti, le ginocchia, le spalle e i fianchi ma non le mani o i piedi. Risultava così praticamente impossibile, visto che i canestri sono a circa sette metri di altezza. Tanto che nel caso qualcuno riusciva nell’intento, veniva considerato un uomo eccezionalmente forte. E quindi, come meglio poterlo premiare se non spedendolo direttamente come messaggero al dio tolteco con un bel sacrifico di sangue? Bisogna considerare che, al tempo, questo era considerato un onore supremo e il concetto di morte era assai diverso dal nostro…

In ogni caso, la pratica di riti sacrificali non era consuetudine nella originaria cultura Maya. E’ diventata una brutale realtà nell’ultimo scorcio decadente della storia di questo popolo, tra il X e il XII secolo D.C., chiamato il periodo Tolteco. Qui, Arturo racconta una storia complicata della venerazione di questo dio, che si consuma in un combattimento nella notte dopo il tramonto infuocato con l’oscurità del male, e la resurrezione all’alba grazie all’aiuto del Jaguaro, considerato un animale sacro. Per dare forza al proprio dio e venerarlo, veniva compiuto il brutale rito del sacrificio dei cuori umani, che consisteva nel drogare il povere predestinato col belcè e strappargli il cuore ancora in vita. Il belcè è ricavato naturalmente dal tronco di alcuni alberi, presenti qui sul sito stesso. In basse dosi, diventava più o meno una comune birra, ma in quantità concentrate assume i connotati di una vera droga. L’ossessione a tale rito comportava anche e soprattutto l’utilizzo dei prigionieri in battaglia. Tra questi venivano scelti sempre i più forti, per apportare un maggiore ‘contributo’ al sacrificio stesso.

Poco oltre il Campo della Pelota i Toltechi costruirono la piattaforma dello Tzompantli, il “muro dei crani”, e quella della Casa delle Aquile dedicata ai corpi militari elitari. Sul “muro dei crani” venivano esibiti dai Tolteci i teschi dei giocatori sacrificati, pratica che non aveva mai raggiunto livelli così cruenti nel precedente popolo Maya. L’importanza del sangue versato come contributo appare chiaro anche nei rilievi che decorano la Casa delle Aquile dove giaguari e rapaci – emblemi dei due ordini militari piú importanti, nonché simboli rispettivamente del Sole notturno e del Sole diurno – divorano cuori umani.

Si vedono parecchi messicani che iniziano ad aprire e imbastire le proprie bancarelle, in attesa del boom dei turisti. Iniziamo a dare un’occhiata veloce in anteprima ai stupendi oggetti artigianali di vario genere.

Raggiungiamo il tempio dei Giaguari, con interessanti rilievi e raffigurazioni, e poi il Caracol, l'osservatorio circolare. Gli studi astronomici venivano fatti qui, in uno dei pochi edifici circolari a chiocciola della cultura maya. Su un doppio basamento dagli angoli smussati venne costruito questo capolavoro in blocchi di pietra levigata scandito da quattro porte, mentre sul tamburo superiore furono applicate delle maschere di Chaac in corrispondenza delle aperture. Un ulteriore piano del Caracol presenta invece delle finestrelle da cui si affacciavano i sacerdoti-astronomi per scrutare il cielo. Qui, senza strumenti se non due assicelle di legno incrociate, i sacerdoti potevano seguire il cammino del sole, della luna e delle costellazioni. Con grande pazienza annotavano lo scorrere del tempo e crearono un calendario solare di 365 giorni, con uno scarto minimo di quello stabilito dagli astronomi moderni. L’anno solare infatti era diviso in 28 settimane di 13 giorni ciascuno. Da questa conoscenza del tempo derivava anche il loro potere, essendo in grado di prevedere i cambi di stagione e molti degli eventi ripetitivi oggi comunemente conosciuti, ma allora ignari per la maggioranza del popolo.

 

Qui finisce anche la visita guidata, durata quasi due ore, anche più del pattuito. Arturo è stato gentilissimo ed esaustivo e siamo davvero soddisfatti di averlo conosciuto perchè ha dato informazioni precise e dettagliate non presenti neanche nella Lonely. Siamo liberi adesso di girare per le parti rimanenti del sito. Sono le 11:00 e sembra di essere in altro luogo di quello visto due ora fa: centinaia di turisti e gruppi affollano il piazzale principale del Castillo e fa un caldo micidiale!

Scorgiamo finalmente con nostro immenso piacere il primo iguana di questo viaggio che scorrazza liberamente sulle rocce  mentre cerca qualcosa da mangiare!

Raggiungiamo il Cenote Sagrato, nel quale venivano effettuati altri sacrifici al dio della pioggia. Pensavamo di trovare poco più di una pozza d’acqua e invece il cenote è davvero grande. Un vero e proprio profondo cratere all'aperto! Sarà per questo che vi hanno scoperto all'interno oltre 200 scheletri umani e circa 4000 reperti vari di oggetti?

Sostiamo poi qualche minuto al comodo chiosco dove compriamo qualcosa di fresco per dissetarci.

Tornando indietro verso il piazzale principale, sostiamo tra le infinite bancarelle ormai brulicanti di turisti che trattano per qualsiasi acquisto. Tutti i viaggiatori consigliano di comprare qui perchè costa molto meno che nel resto del paese e si possono tirare di più i prezzi. La scelta dei souvenir da portare a casa è praticamente illimitata. Affrontiamo così diverse contrattazioni per alcune delle cose dalle quali siamo più attirati. La prima trattativa è per degli strumenti musicali in legno, come flauti e tamburi costruiti su canne, ovviamente tutti a mano. Poi passiamo a contrattare una magnifica testa di giaguaro in legno di cedro rifinitissimo, la più bella di tutte le bancarelle. Il messicano ne vuole 600 pesos, ma alla fine con 500 ne ricaviamo la testa, un bellissimo quadretto a stella (anch'esso in legno, da solo valeva 150 pesos) e vari braccialetti e collanine. Un ragazzo italiano ci manifesta persino i sinceri complimenti, dicendo che lui non è riuscito a  scendere sotto i 500 solamente per la testa. Per gli americani, il prezzo era addirittura 800 pesos non trattabili perchè, afferma il messicano (e non è il solo a dirlo!), loro sono più ricchi e possono permetterselo! Osserviamo anche qualche amaca ma non ne siamo totalmente convinti. Finiti gli acquisti, torniamo sfatti al Dolores Alba, sfiancati dalle ore di cammino sotto il sole cocente. Pranziamo all'aperto di fronte alla piscina per riprendere le energie. Qui la sensazione di pace è ancora più amplificata dopo la folla di Chichen Itza!

Alle 14.40 siamo al parcheggio della grotta di Balankanchè, vicinissima all'hotel, raggiungibile volendo anche a piedi. L'ingresso costa 35 pesos a testa e si effettuano le visite ogni ora. Mentre attendiamo dunque le 15, visitiamo velocemente il piccolo museo sottostante che parla dei reperti storici ritrovati all’interno delle grotte. La guida è pronta e il gruppo si riunisce, composto da noi, qualche turista messicano più una coppia europea probabilmente di francesi. Alcuni cartelli avvisano sulla difficoltà di respirazione nel profondo della caverna, essendo il complesso completamente chiuso senza sbocchi. Non ne diamo la giusta importanza inizialmente, ma dobbiamo ricrederci dopo i primi duecento metri, su un percorso che si inoltra per ben 800 metri per tre quarti d’ora di cammino. C'è carenza di ossigeno e il caldo e l'umidità sono al limite della sopportazione! Ogni passo di troppo pesa come una corsa di cento metri… Le grotte però sono stupende, davvero meritevoli! Presentano all'interno dei resti archeologici quali vasi e sculture di notevole interesse, oltre che sale colme di stalattiti, stalagmiti, e una pozza finale di acqua limpidissima nella quale termina il giro turistico ed inizia quello degli speleologi subacquei. L’acqua è così cristallina che si confonde con l’aria e il fondale appare nitidissimo.


Il rientro viene fatto più velocemente, alla ricerca disperata di ossigeno che all'uscita sembra bruciare i polmoni! Al parcheggio troviamo un signore messicano che sta inaspettatamente lavando i vetri della nostra Atos guadagnandosi la mancia. 

Torniamo al Dolores Alba ma la giornata non è ancora finita. Alle 18.30 siamo di nuovo a Chichen Itza per il Light and Sound Show, lo spettacolo delle luci serali delle 19:00. Quasi tutti i turisti hanno il braccialetto addosso della visita di Chichen Itza della mattina, ma alcuni sprovvisti comprano apposta il biglietto solo per vedere l’esibizione. Entriamo e percorriamo di nuovo il sentiero alberato che porta al piazzale di fronte a El Castillo. Fa un certo effetto con il buio tutto intorno. Occupiamo subito due sedie tra le numerose sistemate appositamente di fronte alla piramide che danno una suggestiva visione del sito notturno. Lo show dura una quarantina di minuti e consiste in un narrato in lingua spagnola che spiega nozioni di storia e usanze, mentre i monumenti principali si illuminano a tema creando una suggestiva atmosfera. Scattare foto è quasi impossibile, se non appoggiando la macchina o usando il cavalletto. I fotografi professionisti però, che hanno un loro spazio appunto con cavalletto, pagano una cifra assai più elevata!

Terminato lo spettacolo, rientriamo infine in hotel appagati da una giornata memorabile. Ceniamo con il menù completo che comprende una zuppa di verdure, carne di manzo, purè, riso, dessert e caffè.

 




 


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