GIORNO 5
La tranquillità del Dolores alba ci spinge a confermare la camera per
un'altra notte, subito dopo la colazione. Possiamo così avere il tempo
di visitare senza fretta Chichen Itza e le grotte nel pomeriggio
e stare un altro giorno in questo splendido posto. Prendiamo l'auto e in
un paio di chilometri siamo di fronte al più famoso sito archeologico
dello Yucatan. Si paga 10 pesos per il parcheggio (con validità per
l’intera giornata, anche se ci si sposta e si rientra successivamente).
Altri 100 pesos a testa sono per il biglietto d'ingresso (viene
indossato un braccialetto, valido anche per lo spettacolo di luci che si
svolge in serata).
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Essendo la visita del nostro primo sito archeologico, pensiamo di
prendere una guida per avere un’infarinatura della storia e cultura dei
Maya più approfondita di quella letta dalle guide cartacee. Non possiamo
essere più fortunati, poiché si presenta subito davanti a noi un
simpatico signore con un aspetto bonaccione che parla anche italiano,
che si presenta col nome di Arturo. Il costo per un giro di un ora e
mezzo all’interno del sito è di 450 pesos (e non sono trattabili perchè
vi sono all'ingresso i cartelli che espongono i prezzi ufficiali). Anche
la Lonely Planet parla in effetti di un costo di circa 40 dollari.
Accettiamo dunque senza pensarci troppo. Arturo esordia con delle
congratulazioni per essere venuti così presto (non sono neanche le
8.30), visto che c'è molto meno caldo e pochissimi turisti. Questo
permetterà di visitare al meglio il sito. Gli autobus infatti, come
letto da altri racconti, arrivano verso le 11.00 del mattino con il
grosso dei visitatori, e da quel momento Chichen Itza diventa un
carnaio.
Nella sala d’ingresso sono presenti alcuni negozi di souvenir, un
market, un utilissimo ATM (l’unico della zona) per il prelevamento di
contanti, le toilette. Poco più avanti iniziamo il tour sostando nei
pressi del plastico dove è ricostruito il fulcro del sito in miniatura,
con una splendida vista del Castillo e dei principali monumenti
circostanti. Arturo spiega le basi della storia dei Maya e la
costruzione di Chichen Itza.

Per farne un breve riepilogo, la civiltà Maya ha origini antichissime: i
primi insediamenti si possono attribuire al 1500 A.C., anche se è nel
300 a.C. che si iniziano a sviluppare le prime grosse città. L'impero
era localizzato negli attuali territori del Veracruz, Yucatán, Campeche,
Tabasco e Chiapas in Messico, nonché nella maggior parte del Guatemala e
in alcune aree del Belize e dell'Honduras. Il periodo classico, compreso
tra il 300 ca. e il 900 d.C. , è caratterizzato dalla diffusione in
tutti i territori maya di una cultura pressoché uniforme. Le maggiori
città maya furono allora Tikal, Copan, Bonampak, Piedras Negras, e
Palenque. In questo periodo la civiltà presenta il suo sviluppo più
interessante nell’organizzazione culturale, politica, tecnologica,
culminando in uno scenario dove ogni città era un piccolo stato che
aveva contatti con le medesime solo per scambi commerciali.
Intorno al 900, le città vennero abbandonate, probabilmente per
carestie e cause naturali, anche se non se ne ha la completa certezza.
Parte della popolazione si spostò nello Yucatan, e qui ebbe il suo
centro la civiltà maya del periodo seguente. Il Nuovo Impero culminò
nelle città di Chichen Itza, Uxmal, Mayapan e Labnà. L'apice del popolo
Maya fu intorno al 1000 D.C., ma problemi interni e guerre fra le varie
città ne provocarono la decadenza.
Una delle caratteristiche più rilevanti e studiate di questo popolo era
l'elevato grado di conoscenze tecniche, rappresentate dalla rete idrica,
costituita da piccolissimi canali che convogliavano in grandi cisterne
adibite alla raccolta dell'acqua per l'uso quotidiano e per
l'irrigazione nei campi, e la costruzione di lunghissime strade che
collegavano enormi distanze. Ma forse più di tutte sbalordisce dei Maya
la conoscenza dell’astronomia, delle stelle e del calendario, qui a
Chichen Itza rappresentato egregiamente tramite lo studio dei blocchi
del monumento più famoso: la piramide El Castillo.
Proseguiamo pochi metri in un viale alberato, leggendo le incisioni
originali in lingua Maya, costituita da un alfabeto di geroglifici.
Ancora pochi metri avanti ed ecco spuntare all'improvviso sul prato
verde proprio El Castillo, con i suoi 30 metri di altezza!
Finalmente! Solenne e spettacolare, è una grande emozione che trasforma
il sogno del Messico in una visione reale di fronte ai nostri occhi! E
ancora più intensa è l’eccitazione di trovarsi qui da soli senza nessuno
intorno!

Arturo parte con le spiegazioni e le foto si sprecano in tutte le pose.
Ma lui consiglia di aspettare perché siamo sul lato ovest in ombra e le
foto migliori si ottengono nell’altra facciata della piramide,
illuminata dai caldi raggi del sole che oggi risplende senza una sola
nuvola nel cielo azzurro. Costeggiamo la piramide mentre apprendiamo le
nozioni storiche. Essa è una vera e propria rappresentazione del
calendario Maya, con 9 piani e 52 riquadri, e quattro gradinate da 365
scalini totali. Osserviamo la facciata dalla quale, durante l’equinozio
primaverile del 21 marzo e quello autunnale del 21 settembre, due volte
l'anno, la luce solare visualizza magicamente sulla gradinata con un
gioco di ombre la forma di un serpente, creata ad onore del dio del
Serpente Piumato. Migliaia di persone si riuniscono quei giorni per
vedere l'evento, mostrato in numerose cartoline. Non si può purtroppo
più salire sulla scalinata da ormai più di un anno, poiché un’americana
si fece male e, in ogni caso, la piramide non fu costruita per sostenere
il peso di migliaia di turisti che ogni giorno la visitano. Notiamo
inoltre la differenza sostanziale tra le due facciate restaurate e
riportate allo splendore di un tempo, rispetto alle altre due originarie
molto più rovinate.


Inizia a vedersi un po’ di gente ed è ancora meglio, dal punto di vista
fotografico, di quando non c’è nessuno perchè, come da manuale, per
immortalare la grandezza di un monumento è necessario che vi sia un
soggetto di riferimento nella foto, per attribuire maggiore imponenza
all’opera stessa.

Passiamo a visitare il gruppo delle mille colonne

e attraversiamo il verde prato dalla parte opposta verso il campo del
Juego de Pelota, il più grande mai costruito. Misura ben 170 metri
di lunghezza e 50 di larghezza, con muri laterali alti fino a 8 metri.
In realtà veniva usato poche volte per il gioco, tra l'altro
estremamente difficile, mentre più spesso era sede di spettacoli
teatrali, avendo un'acustica strepitosa. Arturo batte le mani per farne
un esempio, ed è letteralmente da rimanere a bocca aperta! Il gioco di
allora consisteva in un pallone di caucciù, dal contenuto peso di
‘appena’ due chili (ma era una pietra o un pallone da calcio?), che si
faceva rimbalzare in terra e tra le pareti del campo con lo scopo di
imbucarlo, come nel basket, in un apposito canestro laterale. Si
potevano usare i gomiti, le ginocchia, le spalle e i fianchi ma non le
mani o i piedi. Risultava così praticamente impossibile, visto che i
canestri sono a circa sette metri di altezza. Tanto che nel caso
qualcuno riusciva nell’intento, veniva considerato un uomo
eccezionalmente forte. E quindi, come meglio poterlo premiare se non
spedendolo direttamente come messaggero al dio tolteco con un bel
sacrifico di sangue? Bisogna considerare che, al tempo, questo era
considerato un onore supremo e il concetto di morte era assai diverso
dal nostro…
In ogni caso, la pratica di riti sacrificali non era consuetudine nella
originaria cultura Maya. E’ diventata una brutale realtà nell’ultimo
scorcio decadente della storia di questo popolo, tra il X e il XII
secolo D.C., chiamato il periodo Tolteco. Qui, Arturo racconta una
storia complicata della venerazione di questo dio, che si consuma in un
combattimento nella notte dopo il tramonto infuocato con l’oscurità del
male, e la resurrezione all’alba grazie all’aiuto del Jaguaro,
considerato un animale sacro. Per dare forza al proprio dio e venerarlo,
veniva compiuto il brutale rito del sacrificio dei cuori umani, che
consisteva nel drogare il povere predestinato col belcè e strappargli il
cuore ancora in vita. Il belcè è ricavato naturalmente dal tronco di
alcuni alberi, presenti qui sul sito stesso. In basse dosi, diventava
più o meno una comune birra, ma in quantità concentrate assume i
connotati di una vera droga. L’ossessione a tale rito comportava anche e
soprattutto l’utilizzo dei prigionieri in battaglia. Tra questi venivano
scelti sempre i più forti, per apportare un maggiore ‘contributo’ al
sacrificio stesso.
Poco oltre il Campo della Pelota i Toltechi costruirono la piattaforma
dello Tzompantli, il “muro dei crani”, e quella della Casa delle Aquile
dedicata ai corpi militari elitari. Sul “muro dei crani” venivano
esibiti dai Tolteci i teschi dei giocatori sacrificati, pratica che non
aveva mai raggiunto livelli così cruenti nel precedente popolo Maya.
L’importanza del sangue versato come contributo appare chiaro anche nei
rilievi che decorano la Casa delle Aquile dove giaguari e rapaci –
emblemi dei due ordini militari piú importanti, nonché simboli
rispettivamente del Sole notturno e del Sole diurno – divorano cuori
umani.
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Si vedono parecchi messicani che iniziano ad aprire e imbastire le
proprie bancarelle, in attesa del boom dei turisti. Iniziamo a dare
un’occhiata veloce in anteprima ai stupendi oggetti artigianali di vario
genere.
Raggiungiamo il tempio dei Giaguari, con interessanti rilievi e
raffigurazioni, e poi il Caracol, l'osservatorio circolare. Gli
studi astronomici venivano fatti qui, in uno dei pochi edifici circolari
a chiocciola della cultura maya. Su un doppio basamento dagli angoli
smussati venne costruito questo capolavoro in blocchi di pietra levigata
scandito da quattro porte, mentre sul tamburo superiore furono applicate
delle maschere di Chaac in corrispondenza delle aperture. Un ulteriore
piano del Caracol presenta invece delle finestrelle da cui si
affacciavano i sacerdoti-astronomi per scrutare il cielo. Qui, senza
strumenti se non due assicelle di legno incrociate, i sacerdoti potevano
seguire il cammino del sole, della luna e delle costellazioni. Con
grande pazienza annotavano lo scorrere del tempo e crearono un
calendario solare di 365 giorni, con uno scarto minimo di quello
stabilito dagli astronomi moderni. L’anno solare infatti era diviso in
28 settimane di 13 giorni ciascuno. Da questa conoscenza del tempo
derivava anche il loro potere, essendo in grado di prevedere i cambi di
stagione e molti degli eventi ripetitivi oggi comunemente conosciuti, ma
allora ignari per la maggioranza del popolo.



Qui finisce anche la visita guidata, durata quasi due ore, anche più del
pattuito. Arturo è stato gentilissimo ed esaustivo e siamo davvero
soddisfatti di averlo conosciuto perchè ha dato informazioni precise e
dettagliate non presenti neanche nella Lonely. Siamo liberi adesso di
girare per le parti rimanenti del sito. Sono le 11:00 e sembra di essere
in altro luogo di quello visto due ora fa: centinaia di turisti e gruppi
affollano il piazzale principale del Castillo e fa un caldo micidiale!
Scorgiamo finalmente con nostro immenso piacere il primo iguana di
questo viaggio che scorrazza liberamente sulle rocce mentre cerca
qualcosa da mangiare!

Raggiungiamo il Cenote Sagrato, nel quale venivano effettuati
altri sacrifici al dio della pioggia. Pensavamo di trovare poco più di
una pozza d’acqua e invece il cenote è davvero grande. Un vero e proprio
profondo cratere all'aperto! Sarà per questo che vi hanno scoperto
all'interno oltre 200 scheletri umani e circa 4000 reperti vari di
oggetti?
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Sostiamo poi qualche minuto al comodo chiosco dove compriamo qualcosa di
fresco per dissetarci.
Tornando indietro verso il piazzale principale, sostiamo tra le infinite
bancarelle ormai brulicanti di turisti che trattano per qualsiasi
acquisto. Tutti i viaggiatori consigliano di comprare qui perchè costa
molto meno che nel resto del paese e si possono tirare di più i prezzi.
La scelta dei souvenir da portare a casa è praticamente illimitata.
Affrontiamo così diverse contrattazioni per alcune delle cose dalle
quali siamo più attirati. La prima trattativa è per degli strumenti
musicali in legno, come flauti e tamburi costruiti su canne, ovviamente
tutti a mano. Poi passiamo a contrattare una magnifica testa di giaguaro
in legno di cedro rifinitissimo, la più bella di tutte le bancarelle. Il
messicano ne vuole 600 pesos, ma alla fine con 500 ne ricaviamo la
testa, un bellissimo quadretto a stella (anch'esso in legno, da solo
valeva 150 pesos) e vari braccialetti e collanine. Un ragazzo italiano
ci manifesta persino i sinceri complimenti, dicendo che lui non è
riuscito a scendere sotto i 500 solamente per la testa. Per gli
americani, il prezzo era addirittura 800 pesos non trattabili perchè,
afferma il messicano (e non è il solo a dirlo!), loro sono più ricchi e
possono permetterselo! Osserviamo anche qualche amaca ma non ne siamo
totalmente convinti. Finiti gli acquisti, torniamo sfatti al Dolores
Alba, sfiancati dalle ore di cammino sotto il sole cocente. Pranziamo
all'aperto di fronte alla piscina per riprendere le energie. Qui la
sensazione di pace è ancora più amplificata dopo la folla di Chichen
Itza!
Alle 14.40 siamo al parcheggio della grotta di Balankanchè,
vicinissima all'hotel, raggiungibile volendo anche a piedi. L'ingresso
costa 35 pesos a testa e si effettuano le visite ogni ora. Mentre
attendiamo dunque le 15, visitiamo velocemente il piccolo museo
sottostante che parla dei reperti storici ritrovati all’interno delle
grotte. La guida è pronta e il gruppo si riunisce, composto da noi,
qualche turista messicano più una coppia europea probabilmente di
francesi. Alcuni cartelli avvisano sulla difficoltà di respirazione nel
profondo della caverna, essendo il complesso completamente chiuso senza
sbocchi. Non ne diamo la giusta importanza inizialmente, ma dobbiamo
ricrederci dopo i primi duecento metri, su un percorso che si inoltra
per ben 800 metri per tre quarti d’ora di cammino. C'è carenza di
ossigeno e il caldo e l'umidità sono al limite della sopportazione! Ogni
passo di troppo pesa come una corsa di cento metri… Le grotte però sono
stupende, davvero meritevoli! Presentano all'interno dei resti
archeologici quali vasi e sculture di notevole interesse, oltre che sale
colme di stalattiti, stalagmiti, e una pozza finale di acqua
limpidissima nella quale termina il giro turistico ed inizia quello
degli speleologi subacquei. L’acqua è così cristallina che si confonde
con l’aria e il fondale appare nitidissimo.


Il rientro viene fatto più velocemente, alla ricerca disperata di
ossigeno che all'uscita sembra bruciare i polmoni! Al parcheggio
troviamo un signore messicano che sta inaspettatamente lavando i vetri
della nostra Atos guadagnandosi la mancia.
Torniamo al Dolores Alba ma la giornata non è ancora finita. Alle 18.30
siamo di nuovo a Chichen Itza per il Light and Sound Show, lo
spettacolo delle luci serali delle 19:00. Quasi tutti i turisti hanno il
braccialetto addosso della visita di Chichen Itza della mattina, ma
alcuni sprovvisti comprano apposta il biglietto solo per vedere
l’esibizione. Entriamo e percorriamo di nuovo il sentiero alberato che
porta al piazzale di fronte a El Castillo. Fa un certo effetto con il
buio tutto intorno. Occupiamo subito due sedie tra le numerose sistemate
appositamente di fronte alla piramide che danno una suggestiva visione
del sito notturno. Lo show dura una quarantina di minuti e consiste in
un narrato in lingua spagnola che spiega nozioni di storia e usanze,
mentre i monumenti principali si illuminano a tema creando una
suggestiva atmosfera. Scattare foto è quasi impossibile, se non
appoggiando la macchina o usando il cavalletto. I fotografi
professionisti però, che hanno un loro spazio appunto con cavalletto,
pagano una cifra assai più elevata!

Terminato lo spettacolo, rientriamo infine in hotel appagati da una
giornata memorabile. Ceniamo con il menù completo che comprende una
zuppa di verdure, carne di manzo, purè, riso, dessert e caffè.
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