GIORNO 7
Alle 7:30 siamo nuovamente nel cortile del Dolores Alba per una veloce
colazione a buffet, molto varia e buona. Carichiamo le valigie in auto e
riprendiamo il viaggio on the road, seguendo il calle 261 e lasciando
Mèrida alle spalle. Il nostro intento è percorrere la famosa Ruta Puuc,
itinerario dedicato alla civiltà maya fiorita tra il VIII e il X secolo.
Con questo nome si indicano sia le omonime colline che caratterizzano
questa regione, le quali finalmente regalano una maggiore varietà e
fascino ai paesaggi finora piuttosto piatti per via dello sterminato
altipiano dello Yucatan, sia il fiorito stile archeologico,
caratterizzato da grandi complessi di palazzi a pianta rettangolare,
gruppi di colonne alternate a pannelli incorniciati, maschere di Chaac
sulla facciata e mosaici di pietra.
Seguiamo le indicazioni della cartina e arriviamo a Uxmal alle
11.00, dopo circa 80 chilometri di strada quasi desolata, suggestiva e
immersa nella jungla. Cerchiamo per prima cosa alloggio, in modo da
sistemare le valigie e avere il resto della giornata a disposizione per
visitare il sito archeologico. L’offerta non è molto varia e si
concentra in poche strutture ricettive isolate sulla strada principale.
Non sorge nei paraggi alcun paese abitato infatti, come invece avviene
per esempio a Pistè per Chichen Itza. Sulla destra, un paio di
chilometri prima di Uxmal, la Lonely cita il Rancio come hotel economico
ma discreto. Chiediamo i prezzi, che sono effettivamente bassi (35
dollari per la notte), ma la vista della camera lascia piuttosto
perplessi. Il posto è piccolo, lasciato andare a sé stesso, umido e
decadente, molto spartano. Tentiamo più avanti entrando al Mision, un
gran bell’hotel dall’esterno con camere che hanno i balconi con vista
jungla e sito archeologico. Il prezzo della camera qui sale a ben 110
dollari per notte. Andiamo ancora avanti un chilometro raggiungendo
l’ingresso del sito, dove sorge la splendida Hacienda Uxmal, una
meravigliosa struttura in stile coloniale molto caratteristica e ben
tenuta. Il prezzo della camera è ugualmente di 110 dollari, ma qui siamo
a poche decine di metri dal sito, raggiungibile comodamente a piedi.
Non essendoci altra scelta, optiamo per alloggiare qui. E la decisione
si rivela piacevolmente azzeccata. Al ricevimento infatti, comunicano
che nell’Hacienda non vi sono al momento camere disponibili ma che allo
stesso prezzo ne offrono una al Lodge, pochi metri più avanti.
Raggiungiamo il lodge, che appare una visione paradisiaca, con due
piscine fantastiche, dei bungalow stupendi immersi nella jungla, un
ristorante all’aperto: tutto esattamente di fronte a Uxmal. Lasciamo
l’auto al parcheggio e scarichiamo le valigie. Seguendo un viottolo in
ghiaia, raggiungiamo la camera al piano terra, di fronte alla piscina
più bella con le palme al centro. E’ perfetta: nuova, spaziosa, con un
efficiente condizionatore, un letto gigantesco e comodo, armadi grandi,
tavolo e sedie, un bagno stupendo con rifiniture di pregio e una vasca
gigantesca. Nella veranda esterna vi sono altre sedie in legno a dondolo
che danno sulla piscina. Una pace sconcertante regna intorno. Questo
alloggio merita pienamente il prezzo che costa ed è sicuramente il
migliore visto finora!

A mezzogiorno usciamo e attraversando la piscina, appena dieci metri più
avanti, siamo all’ingresso del sito archeologico di Uxmal.
Paghiamo il biglietto che, come a Chichen Itza, è valido per l’intera
giornata e per lo spettacolo notturno di luci e suoni. Iniziamo la
visita leggendo qualche informazione dalla guida. Intanto, il nome Uxmal
vuol dire “costruita tre volte”, in riferimento alle tre fasi di
realizzazione del luogo. Sono stati scoperti qui splendidi edifici in
stile Puuc caratterizzati dall'uso di mosaici e le cui tessere
raggiungono dimensioni fino a un metro di lunghezza. Per lunghi secoli
questa è stata una delle città maya piú importanti dello Yucatán, grazie
ai numerosi chultunes, grandi cisterne che assicuravano una duratura
riserva idrica con un ingegnoso sistema di approvvigionamento d’acqua.
Non bisogna dimenticare che qui non vi sono pozzi naturali e l’acqua
scorre a circa 40 metri sottoterra, profondità non raggiungibile con le
tecniche conosciute allora. I Maya perciò furono costretti a trovare
altri sistemi per l’approvvigionamento idrico, facendo defluire l’acqua
per conservarla in grandi e profonde buche in prossimità di pozze
d’acqua naturali, impermeabilizzandole artificialmente. Oppure, vicino
alla propria capanna, costruivano delle piattaforme che convogliavano
l’acqua piovana in cisterne sotterranee. Questi sistemi erano chiamati
aguadas i primi e chuetun i secondi. In media una cisterna conteneva
circa 35 litri d’acqua che venivano utilizzati non solo per gli usi
domestici ma anche per il materiale delle costruzioni.
Riguardo alle nozioni storiche, all’arrivo degli Spagnoli Uxmal era
ancora abitata, ma l’ultima dinastia Xiú aveva da tempo trasferito la
sua capitale a Mayapán. Il frate spagnolo Alonso de Ponce è stato il
primo a raccontare di questi luoghi nelle sue memorie, dopodiché Uxmal
cadde nel dimenticatoio fino alla prima metà dell’Ottocento, quando
venne riscoperta dall’esploratore statunitense John Lloyd Stephens e
dall’architetto e disegnatore inglese Frederick Catherwood. A quei tempi
non era ancora ben chiaro che la civiltà dei Maya si estendesse per
un’area così vasta e Stephens e Catherwood, appassionati entrambi delle
culture precolombiane, esplorarono per anni le foreste tropicali del
Guatemala, dell’Honduras e dello Yucatán alla ricerca delle antiche
rovine di popolazioni sconosciute, dando un enorme contributo scritto e
visivo dei monumenti del tempo.
La nostra lettura viene interrotta pochi metri dopo l’ingresso, dove
veniamo strabiliati dalla costruzione più celebre del sito: la
Piramide dell’Indovino, che raggiunge i 39 metri di altezza, sulla
quale purtroppo è vietato salire. I turisti sono pochissimi e possiamo
ammirare e fotografare con la dovuta attenzione questo spettacolare
monumento. La curiosa base ovale è piuttosto insolita e caratterizzante,
poiché non si trova in nessun altro posto conosciuto. Fu costruita tra
il VI e il X secolo e anticamente era dipinta di rosso, con particolari
in giallo, nero e blu.


Il sito si presenta geograficamente molto diverso da quello di Chichen
Itza, con alture a gradoni e un verde più fitto e intenso, che
conferiscono una maggiore sensazione di integrale immersione nella
natura. E il fatto di essere molto meno frequentato permette di trovarsi
in angoli solitari e godere appieno del fascino del luogo.
Accanto alla Piramide dell’Indovino svoltiamo verso l’enorme Cuadrangulo
de las Monas, Quadrilatero delle Monache, perché ricorda il
cortile di un convento, con le 74 stanzette-celle. Non è ben chiaro a
cosa fosse realmente adibito. Passeggiamo in assoluta tranquillità nel
suo interno, caratterizzato da un perfetto prato verde all’inglese.

Da
qua torniamo indietro all’altro lato della Piramide dell’indovino, dove
c’è il Chiostro, un cortile lungo 75 metri e largo 60, circondato
da quattro edifici dalle facciate scolpite. La funzione del Chiostro era
probabilmente servire da residenza ai sacerdoti che officiavano nella
Casa dello Stregone, così chiamata anche se si trattava in realtà del
principale tempio di Uxmal. Da qui vi sono ottimi spunti fotografici,
con giochi di profondità per le colonne e interessanti prospettive
architettoniche.

Attraversiamo il finto arco del Quadrilatero scendendo dei gradini e il
panorama spazia maggiormente, mostrando una serie di terrazze a livello.
E’ sempre tutto immerso magnificamente nel verde. Spuntano tantissime
farfalle e iguane dappertutto, di ogni dimensione, che scorrazzano
libere, rincorrendosi tra le rocce o prendendo il sole, ma che non si
lasciano avvicinare troppo.


Passiamo il Campo da gioco della
pelota, drasticamente più piccolo di quello di Chichen Itza, e
saliamo su una piccola collina dove si trova il Palazzo del
Governatore, un edificio lungo quasi 100 metri che sorge sopra una
vasta piattaforma a gradinate e serviva da residenza per le massime
autorità. Il palazzo è orientato verso il sorgere del pianeta Venere e
presenta una parte inferiore semplice e lineare, mentre il cornicione
superiore è decorato con i simboli della cultura maya e sul fregio si
possono contare ben 260 maschere del dio Chaac. Sul retro del palazzo
sono presenti una serie di strette porte a forma di punta di freccia, le
quali immettono in un piccolissimo vano il cui uso è rimasto
sconosciuto. Gli elaborati mosaici che decorano le quattro facciate sono
composti da circa ventimila pezzi!
Sempre sul retro del palazzo, si
sbuca con un bel colpo d’occhio a metà altezza sulla ripidissima
gradinata della Grande Piramide, che si trova attaccata alla collina.

Prima di vistarla, percorriamo il giro ad anello tornando sull’orlo
della terrazza dove sorge la Casa de las Tartarugas, una
costruzione chiamata così per il fregio del cornicione superiore
decorato con piccole tartarughe scolpite. Pare sia stata costruita come
tributo al dio dell’acqua. Da qui si può osservare un discreto panorama
del sito, con la Piramide dell’Indovino che si erge maestosa e
prepotente dalla jungla.

Sulla sinistra, proseguiamo per qualche metro scendendo di livello e
raggiungiamo la prima citata Grande Piramide, alta circa 40
metri. E’ quasi interamente rovinata e salire su quegli scalini così
stretti comporta una notevole fatica, ampiamente ripagata però dal
superlativo panorama soprastante. Si può rilassarsi qui seduti mentre si
osservano tutto il sito archeologico nella sua imponenza e la fitta
jungla a perdita d’occhio. La discesa è ancora più difficile e va
eseguita in diagonale per evitare il senso di vertigini.

Passeggiamo al vicino El Palomar, la “piccionaia”, una curiosa
struttura con il tetto a cresta che ricorda le colombaie arabe. Sul
retro c’è anche un piccolo sentiero di cui ignoriamo la destinazione e
che percorriamo solo per un breve tratto.
Abbiamo visto più o meno tutto in tre ore abbondanti di visita ad Uxmal,
che trovo personalmente più affascinante di Chichen essendo più isolato,
vasto, e con un paesaggio più interessante grazie alle terrazze a
gradoni che permettono una visuale progressiva crescente di tutto il
luogo, nonché grazie alle numerose iguane e farfalle presenti ovunque.
Il paragone è comunque difficile perché parliamo di due posti molto
differenti tra loro.
Torniamo indietro all’ingresso, dove si trovano alcuni negozi e l’ATM
per il ritiro di contanti, e un ristorante di cucina messicana nel quale
pranziamo praticamente da soli. Si mangia bene e a prezzi contenuti.
Qualche minuto dopo ci troviamo in costume rilassati nella splendida
piscina dell’Uxmal Lodge, senza fare purtroppo il bagno perché l’acqua è
più fredda del previsto. Anche qui siamo da soli, dopo aver salutato un
signore inglese che era sprovvisto di telo extra. Lui una nuotata se la
farebbe volentieri, abituato a temperature ben diverse dalle nostre.
Questo posto è veramente un paradiso dell’eden!
Riprese le forze, alle 19:00 siamo nuovamente all’interno del sito per
assistere allo Light and Sound Show, lo spettacolo di luci e
suoni. Dopo un articolato percorso semi illuminato, saliamo delle scale
che conducono ad una terrazza panoramica sopra il quadrangolo de las
Monas.

Apparentemente vi sono solo due file di sedie e riusciamo a
sistemarci in ottima posizione con una visione eccellente. Pochi minuti
prima dell’inizio, arriva però un numeroso gruppo di persone che crea
scompiglio. Vengono portate altre sedie ma si rivelano insufficienti,
così molti si accomodano per terra davanti a noi, coprendo parzialmente
la visuale e annullando il fascino e la suggestione dello show, il quale
risulta già di per sé piuttosto monotono e meno interessante di quello
di Chichen Itza. Nonostante sia bello vedere illuminato il quadrangolo e
la grande piramide sullo sfondo, il chiasso dei turisti e i flash
continui delle macchine compatte distraggono dalla narrazione. Persino
il fotografo professionista seduto fianco a noi, che ha pagato fior di
dollari per avere la prima fila con cavalletto dedicato, è parecchio
seccato della situazione e non esita a manifestarlo con loquaci ‘gesti’
con il dito medio a chi scatta dietro di lui. Non possiamo che dargli
ragione, poiché l’organizzazione è risultata purtroppo mal gestita.
Dovrebbero vietare l’uso del flash, anche perché del tutto inutile.
Solamente i principianti che non conoscono alcuna base della fotografia
possono sognare che il lampo di una compatta possa servire a qualcosa
fotografando soggetti al buio a decine di metri di distanza, appena
illuminati da faretti. E infatti, guardando nello schermo della digitale
e vedendo solo una fotografia nera, continuano persistentemente a
scattare a vuoto… Alla fine dello show, lasciamo da parte i principianti
e prima di uscire dal sito proviamo a scattare invece qualcosa di
sensato, appoggiando la macchina fotografica su un cumulo di pietre di
fronte alla magnifica Piramide dell’Indovino, illuminata ad arte per
creare un alone di pura magia.

Torniamo stanchissimi al bungalow e Stefania un po’ indisposta rinuncia
persino alla cena pur di coricarsi. Prendo perciò qualcosa al piccolo
ristorante all’aperto del Lodge, alquanto suggestivo se non fosse per
qualche fastidioso insetto di troppo, e una camomilla da portare in
stanza…
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