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GIORNO 7

07/11/2006 - Ruta Puuc: sito archeologico di Uxmal. Uxmal Lodge

Alle 7:30 siamo nuovamente nel cortile del Dolores Alba per una veloce colazione a buffet, molto varia e buona. Carichiamo le valigie in auto e riprendiamo il viaggio on the road, seguendo il calle 261 e lasciando Mèrida alle spalle. Il nostro intento è percorrere la famosa Ruta Puuc, itinerario dedicato alla civiltà maya fiorita tra il VIII e il X secolo. Con questo nome si indicano sia le omonime colline che caratterizzano questa regione, le quali finalmente regalano una maggiore varietà e fascino ai paesaggi finora piuttosto piatti per via dello sterminato altipiano dello Yucatan, sia il fiorito stile archeologico, caratterizzato da grandi complessi di palazzi a pianta rettangolare, gruppi di colonne alternate a pannelli incorniciati, maschere di Chaac sulla facciata e mosaici di pietra.

Seguiamo le indicazioni della cartina e arriviamo a Uxmal alle 11.00, dopo circa 80 chilometri di strada quasi desolata, suggestiva e immersa nella jungla. Cerchiamo per prima cosa alloggio, in modo da sistemare le valigie e avere il resto della giornata a disposizione per visitare il sito archeologico. L’offerta non è molto varia e si concentra in poche strutture ricettive isolate sulla strada principale. Non sorge nei paraggi alcun paese abitato infatti, come invece avviene per esempio a Pistè per Chichen Itza. Sulla destra, un paio di chilometri prima di Uxmal, la Lonely cita il Rancio come hotel economico ma discreto. Chiediamo i prezzi, che sono effettivamente bassi (35 dollari per la notte), ma la vista della camera lascia piuttosto perplessi. Il posto è piccolo, lasciato andare a sé stesso, umido  e decadente, molto spartano. Tentiamo più avanti entrando al Mision, un gran bell’hotel dall’esterno con camere che hanno i balconi con vista jungla e sito archeologico. Il prezzo della camera qui sale a ben 110 dollari per notte. Andiamo ancora avanti un chilometro raggiungendo l’ingresso del sito, dove sorge la splendida Hacienda Uxmal, una meravigliosa struttura in stile coloniale molto caratteristica e ben tenuta. Il prezzo della camera è ugualmente di 110 dollari, ma qui siamo a poche decine di metri dal sito, raggiungibile comodamente a piedi.

Non essendoci altra scelta, optiamo per alloggiare qui. E la decisione si rivela piacevolmente azzeccata. Al ricevimento infatti, comunicano che nell’Hacienda non vi sono al momento camere disponibili ma che allo stesso prezzo ne offrono una al Lodge, pochi metri più avanti. Raggiungiamo il lodge, che appare una visione paradisiaca, con due piscine fantastiche, dei bungalow stupendi immersi nella jungla, un ristorante all’aperto: tutto esattamente di fronte a Uxmal. Lasciamo l’auto al parcheggio e scarichiamo le valigie. Seguendo un viottolo in ghiaia, raggiungiamo la camera al piano terra, di fronte alla piscina più bella con le palme al centro. E’ perfetta: nuova, spaziosa, con un efficiente condizionatore, un letto gigantesco e comodo, armadi grandi, tavolo e sedie, un bagno stupendo con rifiniture di pregio e una vasca gigantesca. Nella veranda esterna vi sono altre sedie in legno a dondolo che danno sulla piscina. Una pace sconcertante regna intorno. Questo alloggio merita pienamente il prezzo che costa ed è sicuramente il migliore visto finora!


   

A mezzogiorno usciamo e attraversando la piscina, appena dieci metri più avanti, siamo all’ingresso del sito archeologico di Uxmal. Paghiamo il biglietto che, come a Chichen Itza, è valido per l’intera giornata e per lo spettacolo notturno di luci e suoni. Iniziamo la visita leggendo qualche informazione dalla guida. Intanto, il nome Uxmal vuol dire “costruita tre volte”, in riferimento alle tre fasi di realizzazione del luogo. Sono stati scoperti qui splendidi edifici in stile Puuc caratterizzati dall'uso di mosaici e le cui tessere raggiungono dimensioni fino a un metro di lunghezza. Per lunghi secoli questa è stata una delle città maya piú importanti dello Yucatán, grazie ai numerosi chultunes, grandi cisterne che assicuravano una duratura riserva idrica con un ingegnoso sistema di approvvigionamento d’acqua. Non bisogna dimenticare che qui non vi sono pozzi naturali e l’acqua scorre a circa 40 metri sottoterra, profondità non raggiungibile con le tecniche conosciute allora. I Maya perciò furono costretti a trovare altri sistemi per l’approvvigionamento idrico, facendo defluire l’acqua per conservarla in grandi e profonde buche in prossimità di pozze d’acqua naturali, impermeabilizzandole artificialmente. Oppure, vicino alla propria capanna, costruivano delle piattaforme che convogliavano l’acqua piovana in cisterne sotterranee. Questi sistemi erano chiamati aguadas i primi e chuetun i secondi. In media una cisterna conteneva circa 35 litri d’acqua che venivano utilizzati non solo per gli usi domestici ma anche per il materiale delle costruzioni.

Riguardo alle nozioni storiche, all’arrivo degli Spagnoli Uxmal era ancora abitata, ma l’ultima dinastia Xiú aveva da tempo trasferito la sua capitale a Mayapán. Il frate spagnolo Alonso de Ponce è stato il primo a raccontare di questi luoghi nelle sue memorie, dopodiché Uxmal cadde nel dimenticatoio fino alla prima metà dell’Ottocento, quando venne riscoperta dall’esploratore statunitense John Lloyd Stephens e dall’architetto e disegnatore inglese Frederick Catherwood. A quei tempi non era ancora ben chiaro che la civiltà dei Maya si estendesse per un’area così vasta e Stephens e Catherwood, appassionati entrambi delle culture precolombiane, esplorarono per anni le foreste tropicali del Guatemala, dell’Honduras e dello Yucatán alla ricerca delle antiche rovine di popolazioni sconosciute, dando un enorme contributo scritto e visivo dei monumenti del tempo.

La nostra lettura viene interrotta pochi metri dopo l’ingresso, dove veniamo strabiliati dalla costruzione più celebre del sito: la Piramide dell’Indovino, che raggiunge i 39 metri di altezza, sulla quale purtroppo è vietato salire. I turisti sono pochissimi e possiamo ammirare e fotografare con la dovuta attenzione questo spettacolare monumento. La curiosa base ovale è piuttosto insolita e caratterizzante, poiché non si trova in nessun altro posto conosciuto. Fu costruita tra il VI e il X secolo e anticamente era dipinta di rosso, con particolari in giallo, nero e blu.



Il sito si presenta geograficamente molto diverso da quello di Chichen Itza, con alture a gradoni e un verde più fitto e intenso, che conferiscono una maggiore sensazione di integrale immersione nella natura. E il fatto di essere molto meno frequentato permette di trovarsi in angoli solitari e godere appieno del fascino del luogo.

Accanto alla Piramide dell’Indovino svoltiamo verso l’enorme Cuadrangulo de las Monas, Quadrilatero delle Monache, perché ricorda il cortile di un convento, con le 74 stanzette-celle. Non è ben chiaro a cosa fosse realmente adibito. Passeggiamo in assoluta tranquillità nel suo interno, caratterizzato da un perfetto prato verde all’inglese.

Da qua torniamo indietro all’altro lato della Piramide dell’indovino, dove c’è il Chiostro, un cortile lungo 75 metri e largo 60, circondato da quattro edifici dalle facciate scolpite. La funzione del Chiostro era probabilmente servire da residenza ai sacerdoti che officiavano nella Casa dello Stregone, così chiamata anche se si trattava in realtà del principale tempio di Uxmal. Da qui vi sono ottimi spunti fotografici, con giochi di profondità per le colonne e interessanti prospettive architettoniche.


 

Attraversiamo il finto arco del Quadrilatero scendendo dei gradini e il panorama spazia maggiormente, mostrando una serie di terrazze a livello. E’ sempre tutto immerso magnificamente nel verde. Spuntano tantissime farfalle e iguane dappertutto, di ogni dimensione, che scorrazzano libere, rincorrendosi tra le rocce o prendendo il sole, ma che non si lasciano avvicinare troppo.


Passiamo il Campo da gioco della pelota, drasticamente più piccolo di quello di Chichen Itza, e saliamo su una piccola collina dove si trova il Palazzo del Governatore, un edificio lungo quasi 100 metri che sorge sopra una vasta piattaforma a gradinate e serviva da residenza per le massime autorità. Il palazzo è orientato verso il sorgere del pianeta Venere e presenta una parte inferiore semplice e lineare, mentre il cornicione superiore è decorato con i simboli della cultura maya e sul fregio si possono contare ben 260 maschere del dio Chaac. Sul retro del palazzo sono presenti una serie di strette porte a forma di punta di freccia, le quali immettono in un piccolissimo vano il cui uso è rimasto sconosciuto. Gli elaborati mosaici che decorano le quattro facciate sono composti da circa ventimila pezzi!

     

Sempre sul retro del palazzo, si sbuca con un bel colpo d’occhio a metà altezza sulla ripidissima gradinata della Grande Piramide, che si trova attaccata alla collina.

Prima di vistarla, percorriamo il giro ad anello tornando sull’orlo della terrazza dove sorge la Casa de las Tartarugas, una costruzione chiamata così per il fregio del cornicione superiore decorato con piccole tartarughe scolpite. Pare sia stata costruita come tributo al dio dell’acqua. Da qui si può osservare un discreto panorama del sito, con la Piramide dell’Indovino che si erge maestosa e prepotente dalla jungla.

Sulla sinistra, proseguiamo per qualche metro scendendo di livello e raggiungiamo la prima citata Grande Piramide, alta circa 40 metri. E’ quasi interamente rovinata e salire su quegli scalini così stretti comporta una notevole fatica, ampiamente ripagata però dal superlativo panorama soprastante. Si può rilassarsi qui seduti mentre si osservano tutto il sito archeologico nella sua imponenza e la fitta jungla a perdita d’occhio. La discesa è ancora più difficile e va eseguita in diagonale per evitare il senso di vertigini.


  

Passeggiamo al vicino El Palomar, la “piccionaia”, una curiosa struttura con il tetto a cresta che ricorda le colombaie arabe. Sul retro c’è anche un piccolo sentiero di cui ignoriamo la destinazione e che percorriamo solo per un breve tratto.

Abbiamo visto più o meno tutto in tre ore abbondanti di visita ad Uxmal, che trovo personalmente più affascinante di Chichen essendo più isolato, vasto, e con un paesaggio più interessante grazie alle terrazze a gradoni che permettono una visuale progressiva crescente di tutto il luogo, nonché grazie alle numerose iguane e farfalle presenti ovunque. Il paragone è comunque difficile perché parliamo di due posti molto differenti tra loro.

Torniamo indietro all’ingresso, dove si trovano alcuni negozi e l’ATM per il ritiro di contanti, e un ristorante di cucina messicana nel quale pranziamo praticamente da soli. Si mangia bene e a prezzi contenuti.

Qualche minuto dopo ci troviamo in costume rilassati nella splendida piscina dell’Uxmal Lodge, senza fare purtroppo il bagno perché l’acqua è più fredda del previsto. Anche qui siamo da soli, dopo aver salutato un signore inglese che era sprovvisto di telo extra. Lui una nuotata se la farebbe volentieri, abituato a temperature ben diverse dalle nostre. Questo posto è veramente un paradiso dell’eden!

Riprese le forze, alle 19:00 siamo nuovamente all’interno del sito per assistere allo Light and Sound Show, lo spettacolo di luci e suoni. Dopo un articolato percorso semi illuminato, saliamo delle scale che conducono ad una terrazza panoramica sopra il quadrangolo de las Monas.

Apparentemente vi sono solo due file di sedie e riusciamo a sistemarci in ottima posizione con una visione eccellente. Pochi minuti prima dell’inizio, arriva però un numeroso gruppo di persone che crea scompiglio. Vengono portate altre sedie ma si rivelano insufficienti, così molti si accomodano per terra davanti a noi, coprendo parzialmente la visuale e annullando il fascino e la suggestione dello show, il quale risulta già di per sé piuttosto monotono e meno interessante di quello di Chichen Itza. Nonostante sia bello vedere illuminato il quadrangolo e la grande piramide sullo sfondo, il chiasso dei turisti e i flash continui delle macchine compatte distraggono dalla narrazione. Persino il fotografo professionista seduto fianco a noi, che ha pagato fior di dollari per avere la prima fila con cavalletto dedicato, è parecchio seccato della situazione e non esita a manifestarlo con loquaci ‘gesti’ con il dito medio a chi scatta dietro di lui. Non possiamo che dargli ragione, poiché l’organizzazione è risultata purtroppo mal gestita. Dovrebbero vietare l’uso del flash, anche perché del tutto inutile. Solamente i principianti che non conoscono alcuna base della fotografia possono sognare che il lampo di una compatta possa servire a qualcosa fotografando soggetti al buio a decine di metri di distanza, appena illuminati da faretti. E infatti, guardando nello schermo della digitale e vedendo solo una fotografia nera, continuano persistentemente a scattare a vuoto… Alla fine dello show, lasciamo da parte i principianti e prima di uscire dal sito proviamo a scattare invece qualcosa di sensato, appoggiando la macchina fotografica su un cumulo di pietre di fronte alla magnifica Piramide dell’Indovino, illuminata ad arte per creare un alone di pura magia.

Torniamo stanchissimi al bungalow e Stefania un po’ indisposta rinuncia persino alla cena pur di coricarsi. Prendo perciò qualcosa al piccolo ristorante all’aperto del Lodge, alquanto suggestivo se non fosse per qualche fastidioso insetto di troppo, e una camomilla da portare in stanza…

 




 


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