GIORNO 8
La colazione al Lodge alle 8 del mattino è più cara della media (200
pesos) ma ottima. Si sentono solo gli uccellini cantare intorno e c’è
molta pace. Prima di andar via, stiamo una mezz’oretta nel piazzale del
parcheggio all’ingresso del sito di Uxmal, per dare da mangiare qualche
crakers ai poveri cagnolini magri, di cui i messicani paiono non curarsi
particolarmente.
Alle 10:30 siamo sulla strada 261, continuando come da manuale
l’itinerario della Ruta Puuc. Arriviamo al primo sito archeologico della
successione: Kabah, che significa “la mano che cesella” o
“il signore dalla mano forte e potente”. La differenza con i siti finora
visitati è netta. Il parcheggio intanto è inesistente: una piccola
piazzetta dove è presente solo un’altra Atos. L’ingresso viene 45 pesos
a persona e il biglietto si fa in una baracca spartana con un signore
che non parla una parola di inglese, ma è circondato da cani che per una
volta sembrano condurre una vita dignitosa. Un gran bel piazzale con
prato verde dà subito una visuale complessiva dei resti archeologici,
che sono piuttosto malridotti confrontati ai siti maggiori.

Spuntano
ovunque una moltitudine di farfalle e di api, che devono essere le
famose api maya che cita la guida… prima di venire nello Yucatan, non
ero minimamente a conoscenza che l’omonimo cartone animato era riferito
ad una specie realmente esistente di api!
Leggendo un po’ di storia, la città risale ad un periodo compreso tra il
750 e il 950 D.C. e a quell’epoca risultava la più importante dopo Uxmal.
Le due erano unite da strade di 20 km, oggi purtroppo invisibili poiché
i viali lastricati di pietre bianche sono sepolti sotto la vegetazione
della jungla.
Sulla destra (rispetto all’ingresso), iniziamo salendo la scalinata che
porta all’edificio di maggior interesse: il Palacio de los Mascarones, (Palazzo
delle Maschere). Si tratta di uno stupefacente esempio di stile
precolombiano barocco esacerbato, costruito tra il 700 e il 900 D.C.
Lungo 46 metri, con due file di cinque stanze collegate a coppia, il
Palazzo ha una bellissima facciata ornata da 300 maschere del dio della
pioggia Chac Mool. Purtroppo la maggior parte sono rovinate e le
migliori, le uniche quasi integre, si trovano all’estremità destra del
palazzo, che è anche il confine visitabile di Kabah.


Sul retro, si notano i due Atlantes, strutture architettoniche di
forma umana che assumono una particolare importanza, essendo le uniche
figure umane tridimensionali trovate nei siti maya. Le osserviamo
spiccare tra il cielo azzurro di questa splendida giornata, che solo a
tratti diventa appena parzialmente coperta.

Continuiamo a passeggiare salendo su una terrazza, finché un’altra
ripida gradinata piuttosto rovinata porta a El Palacio, edificio
in stile Puuc di sobria eleganza: ha una serie di portali con colonnine
sulla parte superiore della facciata. Siamo nuovamente nel largo
piazzale a prato in fondo all’ingresso principale.

Sul retro, tenendo il
palazzo alla propria destra, un viottolo conduce in pochi minuti al
Templo de las Colomnes, in un rilassante anfratto solitario
circondato della jungla.

Bisogna stare attenti alle numerose misteriose
buche naturali che sprofondano nel vuoto, appena coperte da qualche
trave in legno. Non se ne vede la profondità e chissà, magari laggiù si
trova qualche cenote nascosto…
Tornati al parcheggio, visitiamo la seconda parte del sito, seguendo le
indicazioni di un altro sentiero. Costeggiamo un cumulo di pietre che un
tempo formavano la Grande Piramide e arriviamo in dieci minuti circa
all’Arco monumentale restaurato.

Vi sono anche altri sentieri
laterali privi di indicazioni e proviamo a seguirne uno per una decina
di minuti. Non vedendo alcuna segnalazione però torniamo all’auto e
lasciamo Kabah.
Proseguiamo on the road verso il successivo sito di Sayil, il
“luogo delle formiche”, che raggiungiamo dopo qualche chilometro di
strada desolata, immersa in un suggestivo paesaggio nella jungla. Era
una grande città, costruita tra il 750 e il 1000 D.C. L’ingresso viene
ancora meno di Kabah, per la precisione 30 pesos a persona. Un sentiero
lastricato e ben curato conduce all’attrattiva principale e praticamente
unica di questo piccolo luogo: lo spettacolare El Palacio,
grandioso edificio composto di tre piattaforme con una facciata lunga 85
metri. E’ considerato uno dei più bei palazzi dell’architettura maya,
pari a quello di Uxmal. Splendide le decorazioni puuc sulle colonne,
raffiguranti Chaac Mool e un dio discendente, Ah Mucen Cab (dio ape).

Scattate le foto di rito, tentiamo qualche sentiero sul retro che
dovrebbero portare a El Mirador, un osservatorio malridotto, costituito
da un tempio quadrato decorato con un’alta merlatura in stile Chenes.
Desistiamo dopo pochi minuti però, per non andare troppo in là coi
tempi.
Un altro breve tragitto in auto ed entriamo a Labnà. Al
parcheggio, una ragazza si avvicina chiedendo se può provare ad aprire
la sua Atos con le nostre chiavi. Ha commesso l’imperdonabile errore di
chiudere il cofano e gli sportelli lasciando le chiavi all’interno…ahiahi!
Avendo anche noi una Atos, il tentativo è valido ma non porta nessun
frutto. Il bello è che qui non esiste praticamente nulla nelle
vicinanze: né case, paesi e tanto meno meccanici. Li lasciamo così
sconsolati stando bene attenti alle nostre chiavi...
Labnà, che significa “Casa vecchia”, è un sito di medie dimensioni: più
piccolo dei più conosciuti Uxmal e Chichen Itza ma più vasto di quelli
secondari della ruta Puuc.
Questa città vide la luce nel IV secolo e fiorì per secoli, sino alla
sua decadenza intorno all’anno 1000. Un sentiero ombreggiato grazie a
magnifici alberi secolari passa per un piccolissimo market e conduce in
un enorme slargo a prato verde, dove sorge il Palazzo che aveva un
totale di 67 stanze disposte su due livelli. Purtroppo oggi una parte
delle stanze è andata perduta, ma l’edificio è comunque considerato un
gioiello dello stile Puuc.

Da qui parte una singolare via cerimoniale
rialzata, il saché, che attraversa buona parte del sito congiungendo i
monumenti principali. Mentre la percorriamo ritroviamo i ragazzi del
parcheggio, che sono riusciti grazie all’aiuto di un tassista messicano
di passaggio, ad aprire lo sportello scendendo il vetro. “E’ stato
facilissimo” dicono, “attenti che adesso aprono anche la vostra…”. Un
gran bel consiglio ironico da tenere in considerazione seriamente.
Seguiamo il sachè costeggiando El Mirador, l’osservatorio posto in cima
ad una piramide quasi distrutta che si erge al cielo, ed arriviamo
all’Arco, magnifico arco monumentale ampio tre metri e alto sei, che
marcava l’ingresso e l’uscita dalla città. E’ perfettamente
ristrutturato ma faceva parte di un edificio andato invece purtroppo
interamente distrutto. Si tratta di un tipico falso arco maya, ed è
decorato da mascheroni di Chaac e piccole nicchie che riproducono
capanne.
Tanto per cambiare, non si vede quasi nessuno in giro e la passeggiata è
estremamente rilassante e piacevole. L’unico neo è il caldo della
mattinata, ma del resto non si può avere tutto… Di rientro osserviamo
anche l’Edificio de las Columnas, col suo basamento di 40 metri e 20 di
larghezza.
Lasciamo soddisfatti Labnà, il più bel sito tra i tre visti oggi, e
proseguiamo tra le dolci colline di una strada quasi sempre deserta,
osservando con stupore che nonostante la Ruta Puuc sia tra gli itinerari
più famosi, non presenta granché scelta di offerta per alloggi o
ristoranti. Sulla strada non se ne incontra neanche uno, ed è necessario
per trovarli spostarsi in qualche paese nelle vicinanze.
Alle 14:15 giungiamo alle Grotte di Loltun, considerate tra le
gemme dei complessi calcarei da visitare qui in Messico. La prossima
visita è alle 15:00, dura un’ora e il biglietto costa 60 pesos a
persona. Ne approfittiamo per cercare un posto veloce per pranzare,
escludendo il ristorante fronte all’ingresso per motivi di tempo.
Seguiamo le indicazioni di un cartello, camminando su un viottolo che
costeggia la strada per una decina di minuti, ma giunti a destinazione
scopriamo amaramente che il chiosco di alimentari è chiuso. Torniamo
alle grotte e ci accontentiamo di qualche snack. Siamo un gruppo di una
decina di persone tra cui un’altra coppia di italiani, i primi visti
finora, anch’essi in viaggio on the road verso il sud del Messico.
La nostra guida si presenta e fa cenno di entrare. Scendiamo alcuni
gradini verso la bocca della grotta. Rassicura che l’intero percorso è
areato e non vi sono problemi di respirazione, come accade invece per
quelle di Balancanchè, provate in prima persona. Il percorso si rivela
subito oltre ogni previsione. E’ semplicemente stupefacente, alternando
cavità immense di dimensioni inusuali che lasciano esterrefatti, a
stretti e bassi cunicoli di difficile passaggio. Uno di questi porta ad
una labirintica sala, col soffitto tanto basso da stare molto attenti a
non pestare la fronte sulle centinaia di stalattiti e stalagmiti, per lo
più unificate in colonne uniche. Ognuna di queste, come mostra la guida,
ha un suono particolare. Ebbene sì, battendo sulle colonne esse emettono
un suono che guarda caso ha la musicalità esatta di LOL – TUN. Da qui è
evidente anche il significato del nome storico della grotta!



Saliamo qualche ripida e scivolosa scalinata con l’aiuto delle corde, e
giungiamo in un’altra sala mastodontica, estremamente suggestiva, che
presenta due caratteristiche fessure sul tetto che portano la luce.

Più
avanti, un’altra gradinata sale all’uscita, esattamente di fronte al
chiosco che abbiamo trovato chiuso prima. Ripercorriamo così il piccolo
viottolo e torniamo al parcheggio, febbricitanti dall’esplorazione di
queste incredibili grotte naturali.
La nostra giornata di visite è finita e adesso, dopo aver chiacchierato
brevemente con la coppia di italiani, dobbiamo percorrere un lungo
tratto di strada per arrivare ad Izamal. Seguiamo la strada 18 e
deviamo sulla 180, lasciando Mèrida alle spalle senza neanche entrarci.
Dopo una settantina di chilometri, alle 19:00 ormai buio inoltrato,
giungiamo finalmente ad Izamal. Seguendo le indicazioni della Lonely,
superiamo lo storico medievale centro del paese e troviamo il Calle 22,
dove al numero #305 si trova il Macanchè B&B.

All’esterno appare
piuttosto comune, ma una volta dentro si aprono le porte di una vera
oasi, perfettamente curata e personalizzata in stile inglese. La stanza
viene 450 pesos per notte con prima colazione (anche il prezzo è in
stile inglese, poiché è la prima volta qui in Messico che troviamo la
breakfast compresa nel pernottamento). Le camere non sono numerate ma
hanno un vero e proprio nome ciascuna. La signora inglese ne mostra due
e la nostra scelta ricade su “Santa Fe”, vivace e colorata. La
particolarità è che il B&B si trova esattamente al confine tra città e
jungla, e i signori inglesi ne hanno costruito un vero paradiso con
animali (gatti stupendi e ben tenuti, i primi finalmente qui in
Messico), fontane, gazebo, amache, una piscina naturale sulla roccia e
tanto tanto verde. Dà una netta impressione che questi vivano barricati
qui senza bisogno di uscire mai e si siano costruiti il loro regno!
La signora propone per la cena un buonissimo pesce fresco, da cucinare
sul momento grazie alle abili doti culinarie del marito. Accettiamo
volentieri il suggerimento, e dopo esserci assestati un’oretta, torniamo
per sedere ai tavoli nel cortile all’aperto. Si respira una sensazione
di pace e serenità in questo posto davvero piacevole, grazie anche alla
cordialità dei proprietari. Il pesce è ottimo, come i nachos messicani
di cui stiamo ampiamente facendo razzia in questi giorni!
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